PHOTO
Sergio Rubini,nel film il Presidente, senza nome, ma con riferimenti al vero presidente della Corte d'assise che fu Alfonso Giordano.
La camera di consiglio è il luogo fisico e simbolico, per la procedura segreto, in cui la Corte si ritira per deliberare. Per chi assiste al processo è una porta chiusa dall’interno, che si apre solo per la lettura del dispositivo di sentenza: l’esito del giudizio che dispensa condanne e assoluzioni, in cui ogni dissidio che ci sia stato viene composto in una decisione unanime, poi motivata per iscritto.
Quando il 16 dicembre del 1987, la Corte d’Assise del Maxiprocesso di Palermo uscì dalla Camera di consiglio, al centro dell’omonimo film, in questi giorni su Sky e Now, per la regia di Fiorella Infrascelli, con Sergio Rubini e Massimo Polizio, il presidente Alfonso Giordano e Pietro Grasso, giudice a latere, avevano la barba lunga: il segno tangibile di 35 giorni trascorsi, con i giudici popolari, nel retro dell’aula bunker di Palermo, senza contatti esterni neppure con chi provvedeva ai pasti, per decidere la sorte dei 460 imputati nel più simbolico processo di mafia della storia della Repubblica.


Dottor Grasso, la prima impressione del film è la claustrofobia. C’era?
«Sì, tanto che fui io, assistendo ai lavori per l’aula bunker, a suggerire di consentire, trasformando una finestra in una porta blindata, l’accesso al cortiletto triangolare che si vede nel film, temendo proprio la claustrofobia dei giudici popolari che non erano abituati. Trovammo lì piccoli sfoghi: vedere le stelle qualche volta, respirare aria naturale, a sgranchire le gambe».
Che cosa è reale e che cosa è arte, in questo film?
«Sono reali alcuni dettagli biografici, che consentono di identificare me e Alfonso Giordano, nel giudice a latere e nel presidente, ma i due non hanno nome e non hanno la nostra fisicità; il conflitto tra i personaggi e interno a ciascuno, con dialoghi tutti inventati per non violare il segreto, rende la complessità del giudicare. È molto realistico il contorno: nelle relazioni che si sono create con i giudici popolari sono nate belle amicizie. Si coglie da parte del presidente, che veniva dal civile, una tendenza a spaccare il capello in quattro che si è rivelata preziosa».
Il film non elude il tema della paura. Che posto ha avuto nella vita reale?
«Si aveva consapevolezza della responsabilità di dover infliggere pene gravi per reati gravissimi. Avere coraggio non significa non percepire il pericolo, si sarebbe incoscienti, ma superare la paura per non farsene condizionare nel decidere».
Come si fa?
«Posso parlare per me: sono stato magistrato per 43 anni, ho scoperto in seguito di aver rischiato diverse volte. Avrei dovuto trovarmi sull’auto di Falcone il 23 maggio del 1992. Ho saputo dopo che era stato preparato un attentato a Monreale a fine 1992, Brusca mi ha detto, dopo, che aveva progettato il sequestro di mio figlio. Tutto questo ha fatto sì che io tenda ad affrontare le vicissitudini della vita con un certo fatalismo, che interpreto come l’accettare quello che per un laico è il destino, per un credente la volontà di Dio».
Nel film si vede la mole del Maxiprocesso: faldoni che occupano un’intera stanza. Come si fa a non esserne travolti?
«All’epoca il giudice, a differenza di ora, conosceva le carte in mano al giudice istruttore (il Maxi fu istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino ndr.): quando Falcone mi “presentò il Maxiprocesso”, mostrandomi la stanza, dominai il turbamento fenomenale di quel momento chiedendo: “Qual è il primo volume?”. Ma poi fu Borsellino, condividendo con me i suoi quadernetti, a darmi una sorta di Google maps del processo, orientandomi a trovare subito gli atti più importanti».
Lei era anche il Pm di turno il giorno dell’omicidio di Piersanti Mattarella, presidente della Regione Sicilia, fratello dell’attuale presidente della Repubblica. Come ha colto le ultime notizie?
«In quanto testimone posso dire poco. Io credo che un Paese davvero democratico non possa avere paura della verità. E chi come me ha lavorato per cercarla prima da magistrato, poi dalla Commissione antimafia, si sorprende sempre quando sorge il sospetto che qualcuno abbia cercato di non fare arrivare informazioni a chi era titolare delle indagini».
Sulla scena del delitto, da Pm, il 6 gennaio 1980 incontrò Sergio Mattarella, cui poi, da Presidente del Senato, il 2 febbraio del 2015, ha passato le consegne al Quirinale. Che cosa ricorda di quel momento?
«Una emozione enorme e la prova di come la realtà sia più creativa del più fantasioso degli sceneggiatori».


Da qualche mese la testimonianza di Pietro Grasso sul Maxiprocesso di Palermo è anche un libro,’U Maxi, dentro il processo a Cosa nostra (Feltrinelli), che intreccia «la cronaca giudiziaria con la dimensione umana», perché soltanto «dal loro incontro nasce la verità viva».






