Dopo Era d’estate (2016), il suo film precedente in cui raccontava i giorni di esilio forzato all’Asinara di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino con le loro famiglie, come protezione da una minaccia di attentato da parte di Cosa nostra, la regista Fiorella Infascelli è tornata a occuparsi di mafia e magistratura con La camera di consiglio, il film del 2025, approdato su Sky e Now, ambientato a Palermo, nel 1987, quando due giudici togati e sei giudici popolari vengono chiusi per 36 giorni in camera di consiglio per decidere il destino giudiziario di 470 imputati in quello che è passato alla storia come il Maxiprocesso di Palermo.

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Camera di consiglio, la storia vera dietro il film

Camera di consiglio, la storia vera dietro il film
Camera di consiglio, la storia vera dietro il film

Massimo Popolizio, Fiorella Infascelli e Sergio Rubini alla Festa del Cinema di Roma 2025 (ANSA)

Massimo Popolizio, che era il giudice Falcone in Era d’estate, qui è il magistrato Pietro Grasso. Nessuna somiglianza con il vero magistrato, ancora meno tra Sergio Rubini e il presidente Alfonso Giordano. Perché questa scelta?

«Non mi interessava fare un lavoro di somiglianza, ma di interpretazione. Di Rubini in particolare mi ha colpito il profilo quasi ascetico, che richiama la personalità di Giordano, un uomo profondamente religioso e meditativo, che alternava la pratica dello yoga alle preghiere. Ma anche animato da un forte rigore morale. Un personaggio dimenticato che invece ha avuto un grande ruolo in quel processo».

Ha avuto modo di conoscere i giurati?

«Pietro Grasso è stato un consulente per gli aspetti giuridici della sceneggiatura, Giordano purtroppo è morto da anni, ma ho conosciuto il figlio, l’avvocato Stefano Giordano; per la sua sicurezza, da ragazzino dopo la scuola la scorta lo accompagnava nell’aula del tribunale, dove era costretto a seguire tutte le udienze. E ancora, Lidia, che mi ha raccontato come avesse accettato il ruolo di giudice popolare in ricordo del padre, morto di infarto dopo aver ricevuto minacce dai mafiosi. E poi Francesca Vitale, scomparsa di recente: ho potuto attingere ai quaderni su cui annotava tutto durante i lavori del consiglio».

Perché ha messo un gatto ad aggirarsi nello spazio per l’ora d’aria?

«Così libero di muoversi, l’ho pensato come una sorta di tramite tra il bunker e il mondo esterno, testimone silenzioso, ma anche elemento magico».