I grandi registi scelgono di guardare al futuro parlando del presente. È il caso di Hirokazu Kore’eda con Sheep in the Box, in concorso al Festival di Cannes. Il cineasta giapponese aveva già vinto la Palma d'Oro con Un affare di famiglia. E sulla Croisette esplora di nuovo il territorio che gli è più caro: il mistero dei legami domestici. Questa volta introduce un elemento profondamente attuale, che sfida le nostre certezze sul futuro e sulla tecnologia: la presenza di un umanoide.

Siamo all’interno di una famiglia comune, segnata però da un vuoto profondo, quello di una perdita che ha lasciato i protagonisti sospesi in un dolore silenzioso. Per tentare di lenire questa ferita, decidono di accogliere in casa un’intelligenza artificiale di ultima generazione, un piccolo automa progettato per lenire lutti insanabili. Ma il robot di Kore’eda non è il freddo marchingegno dei film d’azione, è piuttosto uno specchio che riflette le mancanze, i desideri e le speranze degli esseri umani che lo circondano.

Mentre la convivenza prosegue, i confini tra chi deve essere accudito e chi accudisce si fanno sfumati, portandoci a domandare se l’amore sia una funzione biologica o piuttosto un atto di volontà e di presenza costante. Al centro del film c’è la natura dei sentimenti vicino al focolare, un tema che Kore’eda ha sempre trattato con sensibilità.

Nei suoi film precedenti, da Broker a Un affare di famiglia, a Father and Son, ha dimostrato che la famiglia non è solo una questione di sangue o di DNA, ma è "di chi si sceglie", di chi decide di restare accanto all’altro nel momento del bisogno. In Sheeping in the Box, questa riflessione fa un passo ulteriore: se un robot può imparare a "prendersi cura", a maggior ragione noi esseri umani siamo chiamati a non delegare i nostri affetti alle macchine. È come se rivedessimo la storia di Pinocchio, che strizza l’occhio anche ad A.I. di Steven Spielberg e a serie come Black Mirror. Ma con un’intuizione in più: se il burattino non volesse diventare uomo ma invece desiderasse vivere secondo la sua natura?

La spiritualità di Kore’eda risiede nell’attenzione per i gesti più semplici. Sono queste le piccole cose che l’umanoide tenta di emulare, mettendo a nudo le sofferenze di chi è in carne ed ossa. Il titolo stesso, con il richiamo alla "scatola" e all’idea di gregge, sembra suggerire il rischio di una società che chiude le proprie emozioni in contenitori tecnologici per paura di soffrire.

Kore’eda non condanna la modernità, ma invita a ritrovare lo stupore per l’unicità di ogni incontro. La "pecorella" robotica del titolo diventa così una provocazione (Gli androidi sognano pecore elettriche?, si domandava Philip K. Dick gettando le basi di Blade Runner).

Sheep in the Box ricorda che la famiglia è il luogo dove si impara a essere umani, un laboratorio che nessuna intelligenza artificiale potrà mai sostituire integralmente. Non si fa riferimento solo alla fantascienza, ma alla sincerità che caratterizza ogni passione. Le riflessioni e gli interrogativi sono importanti, nobili, ma questa volta Kore’eda non è all’altezza dei suoi film precedenti. È troppo derivativo, fatica a inserire la sua cifra in un genere che non gli appartiene. Purtroppo Sheep in the Box è l’opera minore di un maestro.