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Di quel naufragio, più che per le modalità con cui era avvenuto, a pochi metri dalla riva, ricorderemo soprattutto la telefonata con cui dalla Capitaneria di porto di Livorno, il capitano di fregata Gregorio De Falco intimava al comandante Francesco Schettino della Costa Concordia di risalire a bordo e di restarci fino a quando tutti i passeggeri non fossero stati tratti in salvo. Perché una nave che affonda è una tragedia, ma sapere che il comandante è un codardo manda in frantumi tutte le nostre certezze.
La notte del 13 gennaio 2012, la nave da crociera Costa Concordia, della flotta Costa Crociere, lunga 300 metri e con a bordo 4.229 persone, di cui 3.216 passeggeri e 1.013 membri dell’equipaggio, a causa di una manovra pericolosa (il cosiddetto «inchino»), decisa dal comandante Francesco Schettino, 51 anni, urtò gli scogli di Punta Gabbianara, vicino all’Isola del Giglio (Toscana), adagiandosi su un fianco a pochi metri dalla costa e trasformandosi in una trappola per i passeggeri e l’equipaggio.
A peggiorare la situazione fu la gestione caotica dell’emergenza da parte del comando. Ciò costò la vita a 32 persone, tra cui una bambina di 5 anni.
Dopo mesi trascorsi adagiata sugli scogli, la nave fu raddrizzata nel settembre 2013 con un’operazione di parbuckling e trainata a Genova nel luglio 2014 per essere demolita.


Il processo al comandante Francesco Schettino si concluse l’11 febbraio 2015 con una condanna a 16 anni di reclusione, confermata poi in appello e in via definitiva dalla Corte di cassazione il 12 maggio 2017.
A ricostruire quanto accaduto è il documentario Costa Concordia – Trappola in mare, in onda stasera in prima serata su Nove, che ripercorre la drammatica notte attraverso filmati inediti e le testimonianze dirette di sopravvissuti e soccorritori.
A Giglio Porto, sul Molo di Levante (Molo Rosso), è stata posta una targa commemorativa in ricordo delle 32 vittime del naufragio della Costa Concordia.









