Hanno scelto il 31 ottobre, ricorrenza di Halloween, per far uscire su Sky e Now la serie tratta dal romanzo L’Istituto di Stephen King, che era già sulla uscita piattaforma MGM+ lo scorso anno. Ma qui di mostri, scheletri, vampiri e di tutto l’armamentario fracassone e più che stucchevole della mercificazione di Halloween non c’è nulla. C’è però l’orrore, quello vero, che aleggia in ogni epoca storica e a qualsiasi latitudine, e di cui i responsabili sono esclusivamente gli esseri umani.

Un orrore che Stephen King ha saputo indagare e narrare, quasi sempre declinato nei canoni del genere horror, senza negarci, se la storia lo voleva, creature dell’oltretomba ed entità soprannaturali. Ma non qui.

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«Io, sopravvissuta al dottor Mengele»

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L’Istituto, in una delle varie letture che se ne possono fare, è una potente metafora dei campi di sterminio nazisti, o meglio di quello che in parte si prefiggevano di fare con alcuni degli internati: esperimenti. Che osservavano tutte le procedure di normali esperimenti scientifici, a partire dai medici col camice (sic!) ma venivano eseguiti su persone vive, non consenzienti e beffardamente ingannate.

È proprio all’interno di questo istituto che si ritrovano, dopo essere stati rapiti, alcuni adolescenti dotati di particolari poteri: la telecinesi, ovvero la capacità di spostare oggetti con la sola forza del pensiero, e la telepatia, cioè sapere leggere nel pensiero. Ragazzi di qualsiasi estrazione sociale, origine etnica e livello di scolarizzazione, che si ritrovano ad aggirarsi in un luogo in cui le stanze si affacciano su lunghi corridoi grigi, una via di mezzo tra una scuola, dove però non ci sono lezioni, e un campus.

Cultura e spettacoli

Stephen King: la fede in Dio ci rende migliori

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Non sanno nulla del motivo per cui sono lì, cercano di fare gruppo tra loro, ma devono anche rafforzare l’illusione che viene loro «venduta». Come le vittime dei campi nazisti, non vogliono credere che quello in cui sono finiti sia una trappola da cui non si torna indietro. E tutto intorno contribuisce a creare quell’illusione: i cartelli in cui si invitano i ragazzi a bere responsabilmente, le frasi motivazionali (che richiamano al famigerato «Il lavoro rende liberi»), i premi se si comportano bene durante gli esperimenti, ma anche le severe punizioni fisiche che vengono loro inflitte.

Dopo la «prima casa», in cui stazionano per qualche settimana, si sa solo che c’è la seconda casa: un modo per avvicinarsi alla libertà, dicono gli aguzzini; un luogo da cui nessuno è più tornato, sussurrano tra loro i ragazzi.

Ma la macchina dell’illusione normalizza tutto e nessuno prova a rompere il meccanismo, a forzare i confini, fino a quando arriva un ragazzo che, oltre ad avere poteri paranormali che non riesce a controllare, ha anche il QI di un genio e l’intelligenza di chi è abituato a farsi continuamente domande, a non accettare le prime risposte, anche se consolatorie.

Potremmo dire che è dotato di spirito critico, oppure che ha il coraggio di guardare la verità, oppure che è un rivoluzionario o n eletto come Neo in Matrix. Insomma, una voce fuori dal coro, una pecora fuori dal gregge: una di quelle voci di “giovani” che nella realtà (e certi fatti di cronaca degli ultimi giorni un po’ ce lo raccontano) danno tanto fastidio se non si limitano a essere enfant prodige dello sport o di una qualsiasi disciplina, più fenomeni da baraccone che veri divergenti.

E tornando alla metafora che abbiamo scelto, anche durante la dittatura nazista bisognava davvero essere molto ricettivi per aprire gli occhi oltre la colossale e diabolica illusione della macchina della propaganda e dello sterminio.

Come quasi tutte le opere di Stephen King, la lettura del romanzo offre un livello di profondità che rischia di perdersi nella trasposizione cinematografica o televisiva. Ma la storia in sé è così ben congegnata che, con una buona regia, anche la versione in serie TV dell’Istituto conserva il suo fascino. Ma nel caso di King continuiamo a dire: meglio il libro, forse con la sola eccezione di quel capolavoro che è Le ali della libertà (anche qui il racconto di una fuga da un carcere).

Un altro elemento ci riporta ai campi di sterminio: il loro essere collocati a ridosso di centri abitati, senza che nessuno volesse capire davvero cosa vi accadeva. Perché quando l’orrore è troppo vicino si preferisce non vedere, per il quieto vivere si dice. Come potevano non sapere, ci si chiede, sempre, dopo?. Così come l’Istituto, che si trova in mezzo a un bosco dell’amato Maine di King, a pochi chilometri da una città dove i fenomeni strani vengono registrati solo da personaggi troppo bizzarri per essere credibili. Ma si sa, sono spesso i pazzi, o ritenuti tali, a vedere che il ”il re è nudo".

Ben Barnes

Una curiosità: nei panni dell’ex poliziotto la cui vicenda viene raccontata in parallelo a quella dei ragazzi dell’Istituto, tanto che per un tempo ci chiediamo che ci “azzecchi”, c’è Ben Barnes, il principe Caspian della serie cinematografica su Le cronache di Narnia e Dorian Gray nel film del 2009. Due suoi precedenti lavori che non abbiamo scelto a caso...