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“Heathcliff, it's me, Cathy
I’ve come home. I'm so cold!
Let me in at your window.”
(Heathcliff, sono io, Cathy.
Sono venuta a casa, ho tanto freddo!
Fammi entrare, sono alla finestra.)
È impossibile non pensare alla voce di Kate Bush e alla sua celebre Wuthering Heights quando si parla di Cime tempestose. La canzone del 1978, che porta il titolo del romanzo cui si ispira, ha contribuito a consegnare alla cultura pop l’immagine di Catherine che vaga nella brughiera battuta dal vento alla ricerca del suo amore, Heathcliff. Ma il libro da cui tutto nasce — la canzone e le innumerevoli versioni cinematografiche — è molto più di una storia d’amore. Scritto e pubblicato nel 1847, in età vittoriana, da Emily Brontë, sorella delle scrittrici Charlotte e Anne, sotto lo pseudonimo di Ellis Bell (all’epoca non era opportuno che una donna firmasse un romanzo), fu accolto con sconcerto. Venne percepito come troppo cupo, troppo crudele e moralmente ambiguo. Solo col tempo sarebbe stato riconosciuto come uno dei grandi capolavori della letteratura inglese.
Il successo commerciale dell’ultima e discutibile trasposizione, diretta da Emerald Fennell e accolta con grande favore al botteghino, dimostra che, a distanza di quasi due secoli, Cime tempestose non smette di sedurre il cinema. Ma il suo vero cuore resta nel romanzo: in quella brughiera spazzata dal vento dove la passione non è mai semplice romanticismo, bensì una forza oscura e indomabile, che lega per sempre alla propria terra e al proprio destino.
Il centro della vicenda è l’amore assoluto e distruttivo tra Catherine Earnshaw e Heathcliff, un legame che nasce nell’infanzia e si spezza contro le convenzioni sociali. Ma il romanzo non è solo passione: è anche vendetta, trasmissione del dolore da una generazione all’altra, riflessione sul male e sul desiderio di possesso. E soprattutto è natura: la brughiera dello Yorkshire non è uno sfondo decorativo, ma lo specchio delle anime, tempesta che si riflette poeticamente nei personaggi.
La regista Fennell sceglie una strada diversa. Si concentra quasi esclusivamente sulla prima parte della storia, sulla giovinezza di Catherine e Heathcliff, trasformando il romanzo in un grande melodramma romantico. La seconda generazione, fondamentale nel libro, viene sacrificata. Sparisce così quell’arco narrativo che nel testo originale apre alla possibilità di una riconciliazione finale.
Anche i protagonisti risultano semplificati. Nel romanzo Heathcliff è una figura oscura e ambigua, capace di crudeltà spietata; nel film diventa soprattutto un amante ferito. Tra l’altro, nel libro è un trovatello di origini misteriose, “scuro di pelle”, dettaglio trascurato nella versione cinematografica, dove il protagonista è un attore australiano dalla pelle chiara. Catherine, detta Cathy, sulla pagina è orgogliosa, contraddittoria, a tratti egoista; sullo schermo appare più vittima che artefice delle proprie scelte. La complessità psicologica di entrambi i personaggi, abilmente descritta dalla Brontë, si attenua.
Inoltre, nel film di Emerald Fennell alcuni personaggi chiave scompaiono. È il caso, per esempio, di Hindley, il fratello maggiore di Catherine, geloso e violento con il trovatello Heathcliff, che il padre sembra preferirgli.
Nella storia di Emily Brontë, Nelly, la governante di casa Earnshaw, è la narratrice ed è principalmente una spettatrice delle vicende di Catherine e Heathcliff: una presenza necessaria, una testimone coinvolta ma sostanzialmente affidabile di ciò che accade a Wuthering Heights, non una figura che agisce nell’ombra o manipola gli eventi, come invece suggerito dall’adattamento cinematografico.
Passiamo, infine, al padre di Cathy, Mr. Earnshaw: nel romanzo è un uomo gentile che porta Heathcliff in famiglia per adottarlo e muore successivamente di vecchiaia. Sullo schermo diventa invece un tiranno brutale: maltratta Cathy e Heathcliff da bambini, si indebita e muore solo e alcolizzato. In pratica, la vicenda di Hindley si fonde — o meglio si confonde — con quella del padre.
Anche il registro della passione cambia. Emily Brontë suggerisce, allude, lascia che sia la tensione a parlare. Non c’è erotismo esplicito, ma una forza primordiale, potente come i venti che battono la brughiera, che resta sospesa. Il film racconta invece un sentimento più fisico e dichiarato, meno trattenuto.
Il finale, poi, è completamente diverso. Nel libro, dopo la morte di Catherine (che avviene a meno di metà romanzo), Heathcliff vive ancora a lungo, consuma la propria vendetta e solo alla fine sembra raggiungere una pace inquieta. Nel film, invece, la morte di Catherine diventa il culmine assoluto, chiudendo la storia sull’idea di un amore eterno e totalizzante. Si perde così la dimensione più inquietante e moderna del romanzo: quella che racconta come il dolore possa generare altro dolore.
Non è la prima volta che il cinema affronta questa sfida. Il film del 1939, La voce nella tempesta, con Laurence Olivier, resta un classico, ma anch’esso si ferma alla prima parte della vicenda. La versione del 1992, con Ralph Fiennes e Juliette Binoche, è tra le più fedeli perché prova a raccontare anche la seconda generazione. Nel 2011 Andrea Arnold ne ha dato un’interpretazione aspra e realistica, molto attenta alla dimensione naturale e selvaggia del testo. Anche l’Italia si è cimentata in una propria versione: è del 2004 la miniserie targata Rai, con Alessio Boni e Anita Caprioli.







