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© Giovanni De Sandre
Che cosa ci fa una docente di psicologia sul palco di un teatro? Parla di emozioni, e di come e perché non possono più essere intese e vissute come qualcosa di superficiale. Daniela Lucangeli, professoressa ordinaria di Psicologia dello Sviluppo e dell'Educazione all’Università di Padova, porta nei teatri di tutta Italia “Tu chiamale se vuoi…”, una lectio prodotta e distribuita da Savà Produzioni Creative, in cui - attraverso racconti, ricerche scientifiche e umane riflessioni - conduce il pubblico a intendere meglio i linguaggi del nostro cervello, considerando le emozioni «la più grande sinfonia biochimica e neuroelettrica che in milioni di anni Madre Natura abbia inventato». In questo percorso, la conoscenza scientifica diventa bene comune: un’occasione unica per superare l’isolamento e la solitudine, condividendo il sapere con il grande pubblico. E la spinta a fare tutto questo è venuta da un bambino di nome Hans.
Professoressa, com’è arrivata sul palco di un teatro?
«A dire la verità me lo domando anch’io. Perché tutto mi sarei aspettata meno che questo. A un certo punto della mia vita e della mia carriera mi sono chiesta: “Che cosa posso fare per questo tempo del mondo, affinché ciascuno possa ricevere la parte migliore di me, messa a disposizione degli altri?”. Nel mio caso posso mettere i miei occhi al servizio del prossimo: mi hanno permesso di vedere e studiare in un certo modo, e come ciò che ho compreso mi ha aiutato nella vita, potrebbe allo stesso modo migliorare quella altrui. È quella che nel linguaggio universitario chiamano “terza missione”. La prima è la ricerca, la seconda la didattica. La terza missione è quella di mettere la gente nella condizione di seguire le indicazioni migliori tratte da ciò che si studia. Nel mio linguaggio si chiama “scienza servizievole”».
Cosa intende per scienza servizievole?
«Che senso ha tenere per me, e per i pochi che leggono gli articoli scientifici, tutto ciò che apprendo e che conosco? Nessuno. Per questo ho scelto una comunicazione diretta, non basata sulla mera divulgazione scientifica, bensì sul portare fuori dall’ambiente universitario la mia testimonianza. Applicando l’effetto moltiplicatore che mi ha insegnato un bambino di nome Hans».
Mi parli di Hans…
«È un bambino con la sindrome di Asperger, che ho incontrato anni fa, nel mio percorso professionale. Ha una forma di autismo ad altissimo funzionamento, con alcune abilità molto sviluppate, soprattutto nella matematica, ma al tempo stesso molti problemi di tipo emotivo. Con lui ho accettato una sfida: invece di utilizzare le emozioni per aiutare l’intelligenza abbiamo adoperato l’intelligenza cognitiva per regolare le emozioni. Così Hans ha iniziato a scrivere sui suoi quadernoni tutte le strategie che scopriva essergli utili per non entrare in quei meccanismi di ansia che lo facevano fuggire da certe situazioni, addestrandosi in questo modo – con il supporto mio e di altri specialisti – a contenere le sue emozioni».
E l’effetto moltiplicatore che cos’è?
«Un giorno ho convinto Hans a venire con me a tenere una lezione durante un congresso e spiegare questo suo metodo a un pubblico di insegnanti. Alla fine un professore, commosso, si alzò in piedi e inizio ad applaudire e tutto il pubblico lo seguì facendo lo stesso. Hans, spaventato, scappò via e dovetti andare a riprenderlo. Quando lo trovai mi disse: “Lucangeli, hai visto il moltiplicatore?”, “Spiegami meglio” gli risposi. E lui: “Cento insegnanti, alcuni giovani altri meno, resteranno a scuola in media 25 anni e avranno mediamente 25 alunni all’anno. In questa ora di lezione ho aiutato 62.500 bambini”. Quelle parole mi hanno aperto gli occhi, cambiando la mia vita: ho visto che cos’è il moltiplicatore, quando la condivisione dello sguardo, del sapere, del bene diventa trasmissibile a tutti, non solo per coloro che lo sperimentano».
Perché la sua lezione è dedicata alle emozioni?
«Perché oggi stiamo male tutti: giovani, anziani, adulti, bambini. A essere “malato” è il sistema umorale della nostra società. Non siamo capaci di regolare, gestire ciò che ci urla dentro, e quindi lo inibiamo, facendo in modo di non sentirlo. Per questo i grandi malesseri di oggi sono da una parte l’aver smesso di sentire, non riconoscendo i nostri segnali interiori, e dall’altra il non sapere gestire le emozioni, come molti tragici fatti di cronaca dimostrano. Lo scopo delle mie lezioni è quello di portare una testimonianza, dei miei studi e della mia vita. Per risvegliare la consapevolezza di riscoprire quanto di più autentico il nostro essere ci mette a disposizione: il sentire».
La “lectio” di Daniela Lucangeli sarà questa sera, 21 maggio, a Torino (Teatro Colosseo); il 15 giugno a Catania (Teatro Metropolitan); il 16 luglio a Fiesole (Teatro Romano) e il 15 dicembre a Milano (TAM Teatro Arcimboldi).







