PHOTO
Grazia Ofelia Cesaro mentre riceve il premio accanto al presidente di giuria, il giornalista Rai Francesco Giorgino
Quando la raggiungiamo al telefono è appena tornata da due giorni alla scuola Superiore della Magistratura dove ha tenuto una lezione di Diritto di Famiglia internazionale. «Mi ha colpito vedere due magistrati alla fine avvicinarsi con il mio libro in mano per chiedermi un autografo, ho pensato, due mondi lontani che si uniscono». Perché Grazia Ofelia Cesaro, sabato 4 luglio scorso, ha vinto la V edizione del Premio Pontremoli Città del Libro e della Famiglia con il suo romanzo autobiografico - e in parte saggio - Ballare sotto la pioggia, edito Feltrinelli. Un libro struggente e illuminante su “famiglie, separazioni e rinascite” come recita il sottotitolo dove narra la storia particolare della sua famiglia redendola, però, un racconto universale, patrimonio dell’umanità. Ma Cesaro prima di tutto è un’avvocata con oltre 30 di esperienza nel diritto di famiglia e minorile, nazionale e internazionale. Già presidente dell’Unione Nazionale Camere Minorili , ha partecipato ai tavoli di lavoro del Ministero della Giustizia per le recenti riforme sul processo di famiglia minorile.


Lei ha imparato presto a ballare sotto la pioggia…
«Era una frase che nostra madre diceva sempre a me e ai miei due fratelli. “La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia”. Lei su questa frase ci scherzava. Abbiamo scoperto da grandi che la nostra vita l’ha seguita in modo quasi inconscio. Nel libro racconto la storia della separazione dei miei genitori negli anni Settanta. Di fatto, a un certo punto quando è mancata la nostra mamma, ci siamo ritrovati soli e abbiamo cercato, sotto la tempesta, di imparare a muovere dei passi di danza che andassero verso il futuro e non ci lasciassero impantanati nella situazione in cui eravamo».
A dimostrazione che le frasi dei genitori spesso costruiscono il nostro futuro, nel bene e nel male.
«Collegare la storia a questo titolo mi ha permesso di ricongiungermi al senso profondo di ciò che mia madre mi voleva dire. Ecco perché sono così importanti le frasi che diciamo ai nostri figli. Frasi che rimangono e a cui ho ripensato una notte mentre cercavo il titolo giusto».
Una frase che conosciuto e apprezzato con papà Cecchettin.
«Gino Cecchettin, il papà di Giulia, ci insegna ogni giorno a ballare sotto la pioggia. È un esempio virtuoso di come sia riuscito a trasformare un lutto indicibile in un messaggio educativo, un messaggio che tenderà a cambiare i valori alla società».
Lei vive una separazione negli anni Settanta quando ancora non esisteva la separazione.
«Era un evento nuovo per quegli anni. Ricordo sempre che la legge sul divorzio è del 1970 e poi c'è stato, quasi subito, il tentativo fallito di un referendum abrogativo. La società era divisa in maniera netta sul fatto che la famiglia potesse in qualche modo sciogliersi e ricostruirsi secondo altri modelli. Io ero l'unica figlia di separati nella mia scuola, non c'era un'educazione alla separazione per i genitori. Si agiva, punto. Mia madre aveva deciso di andarsene e allora per noi figli, ancora piccoli, era non stato previsto un sostegno economico limitato da parte di mio padre, perché la separazione era una scelta sua. Una situazione su cui oggi il tribunale interverrebbe immediatamente perché i figli mantengano lo stesso tenore di vita, ma allora no e ci siamo ritrovati a vivere in grandi ristrettezze».
In 50 anni sono cambiate tantissime cose.
«Le comunicazioni dei genitori nei confronti dei figli rispetto alla separazione, la comunicazione tra i genitori, la protezione che il genitore che ha in custodia i figli deve avere rispetto alla figura dell'altro genitore. Un pensiero che è scientifico, ma anche legislativo e ha portato ad avere strumenti di intervento e di tutela. Ai tempi c'era l'azione, quella era una ferita da cui doveva solo sgorgare sangue. Non si pensava a ricucire. Oggi sappiamo che i genitori possano affrontare congiuntamente il tema della separazione, come comunicarla ai figli e trovare i migliori accordi. Oggi esiste la mediazione familiare e nei casi di accesa conflittualità possono essere nominati avvocati che sono curatori speciali per tutelare gli interessi dei minori coinvolti. Abbiamo esperti in psicologia evolutiva che accompagnano i ragazzi in questi percorsi, ci sono gruppi di parola per i figli dei separati, per i genitori separati. Insomma, di strada ne è stata fatta tanta».


Su questa sua ferita ha costruito una carriera professionale di altissimo livello.
«Ammetto che c'è stata una fase nella quale avevo anche pensato di cambiare completamente perché mi era arrivato, ai tempi della laurea con lode in Giurisprudenza, un telegramma dalla Rai per fare il concorso ed entrare nell'ufficio legale, io non ero interessata a quel ruolo. Tuttavia, ho tentato il concorso per giornalista in Rai, ma non sono passata. Un'altra cosa che mi incuriosiva molto era l'accesso alla specialità di Medicina in criminologia clinica che era permesso, ai tempi, anche a uno o due giuristi. Tre anni di specializzazione in Criminologia Clinica mi hanno fatto appassionare allo studio psicologico, più orientato al penale, ma anche con perizie civili, sugli effetti delle grandi “patologie familiari” rispetto alla crescita dei figli. Così, quando poi mi sono anche specializzata in criminologia clinica, ho cominciato subito a difendere i minori, perché nel frattempo una legge aveva stabilito che per difendere i minori che avevano commesso reati, dovevi anche avere una formazione specifica non più solo giuridica e che io magicamente avevo».
E poi c’era la sua esperienza di figlia di separati.
«L'ho sempre considerata un bagaglio indispensabile, ma ho sempre prediletto l'approfondimento scientifico, tant'è che poi ho iniziato subito a occuparmi di formazione anche ai colleghi . Adesso che ho scritto il libro, molti colleghi che mi hanno sentito intervenire in tantissimi convegni sul diritto e la psicologia della famiglia, mi hanno detto “ma com’è possibile che tu non abbia mai parlato della tua storia?”. Perché io non volevo parlare della “mia” storia, non volevo personalizzarla. Quando con i miei fratelli abbiamo visto che cominciava ad avere proprio l'aspetto di un libro abbiamo capito che la vera forza non era la nostra storia, ma la storia di quei tre ragazzi. Ci ho rivisto i papà, le mamme e i figli che incontro da anni per lavoro».
Il libro nasce da un’esigenza scientifica e forse è anche per quello che è così commovente e, al contempo, utile. Sono stati contenti i suoi familiari del risultato?
«Siamo tutti riservati di natura , eravamo certo preoccupati dell’ oversharing, ma ora direi paura passata, siamo felici, anche i nipoti che non sapevano così tanto della nostra storia».


Le separazioni dopo 50 anni sono diventate quotidiane… Perché è così importante la mediazione familiare?
«Nelle situazioni di conflittualità accesa l’indicazione è quella di aiutare i genitori che si separano con mediazione o terapia familiare e/o individuale .a seconda dei casi. Anche noi avvocati cerchiamo sempre di trovare accordi. Oggi ci sono degli sportelli informativi di mediazione anche nei nostri Tribunale dove noi, per obbligo deontologico, dobbiamo inviare le parti ancor prima di avviare dei contenziosi legali. Questo è uno spazio in cui i genitori imparano l'alfabeto del “parlarsi insieme”, quindi dopo il grande incendio trovano un luogo non per continuare a mettere benzina sul fuoco, ma per raffreddare gli animi e cominciare a ragionare mettendo al centro Il bene dei loro bambini».
Un aspetto rivoluzionario del libro è il ribaltamento del punto di vista su suo padre da cui si intuisce quanto sia decisivo il lavoro del tribunale e degli operatori per restituire il ruolo giusto ai genitori.
«Questo è un aspetto decisivo del libro: entrare nella sofferenza di una famiglia specifica per capire dinamiche che sono universali. Presentandolo in giro per l’Italia ho trovato mamme separate che mi hanno detto “mi sono immedesimata nel padre”. Vuol dire che valeva la pena pubblicarlo. Questo è uno dei grandi obiettivi della mediazione familiare: insegnare ai coniugi a mettersi nei panni dell’altro».
E poi ci sono quei particolari di vita vissuta che assumono una forza straordinaria e parlano all’esperienza di ognuno di noi. Quel telefono che squilla – le chiamate del papà, dopo che è mancata la mamma - a cui voi non risponderete mai, ma che vi fanno stare bene.
«Ai tempi in cui c'era ancora il telefono messo lì con la rotella sul comodino della sala o appeso al muro. Oggi ci sono i cellulari che i ragazzi guardano continuamente aspettando quella chiamata anche se, poi, non rispondono mai. È quel tentativo che i figli si aspettano sempre dei genitori, al di là del che poi abbiano voglia o meno di accoglierlo».
Figli che sono la vera forza della famiglia di oggi e di allora.
«La famiglia vive su montagne russe vertiginose, ma oggi come allora è salvata dai ragazzi. Ed è l’obiettivo del libro: mostrare come i ragazzi in fondo salvino il sistema famiglia prima ancora della riconciliazione finale, perché fanno una loro famiglia e la fanno con dei principi che sono di ascolto, di comunità, di capacità di chiedere aiuto. Di grande ingenuità, ma anche di grande genuinità. Ci sono tantissime situazioni in cui i ragazzi vengono visti come vittime, mentre si fa molta fatica a vederli come una grande risorsa e anche come qualcuno che ti può insegnare delle cose».
Diceva “chiedere aiuto”: questo è l’altro grande messaggio del libro.
«Gli psicologi richiamano spesso un proverbio africano: per crescere un bambino ci vuole un villaggio. Nel libro emerge un mondo intero che ha aiutato quei tre ragazzi. Dal Tribunale per i minori, ai servizi sociali, agli avvocati, alla scuola ai vicini di casa, ai genitori degli amici. Ancora oggi gli strumenti di protezione minori, diciamo così istituzionali, sono decisivi ed è importante valorizzare il loro ruolo, ma non dimentichiamo che c’è anche il ruolo della collettività. Quando ci prendiamo cura, anche con piccoli gesti, come nel libro, di un bambino o ragazzo che non è il nostro, ricordiamo che la protezione dell’infanzia è una responsabilità che appartiene a tutti.
Cos’ha voluto dire per lei ricevere come primo premio proprio un premio per la famiglia? «È stato motivo di grande orgoglio e felicità. Doppiamente perché ha riscosso successo anche nella giuria dei giovani. Quando abbiamo deciso noi tre fratelli di pubblicare il libro abbiamo pensato che sarebbe servito anche ad altri ragazzi e bambini in situazioni di difficoltà familiare. Che il primo premio mi arrivi proprio con questo focus sulle famiglie e che i ragazzi, oltre alla giuria tecnica, riconoscano la pertinenza rispetto al tema e si sentano veramente rappresentati nella loro potenza creativa in queste situazioni, per me, al di là di tutto ciò che potrà arrivare, risponde proprio a quella che era la nostra idea iniziale. Bellissimo, non posso che essere felice».
LA MOTIVAZIONE DEI PREMI
La motivazione sestina:
Le crepe degli affetti diventano lo spazio in cui riscoprire il valore della responsabilità, dell'ascolto e della cura reciproca. Con una scrittura intensa e misurata, Ballare sotto la pioggia accompagna il lettore dentro la complessità delle relazioni familiari, mostrando come ogni frattura possa custodire il seme di una rinascita.
La motivazione dei giovani:
Per aver raccontato con verità e sensibilità il dolore delle separazioni familiari attraverso gli occhi di chi le vive più da vicino, senza perdere mai la fiducia nella possibilità di ricominciare. Un romanzo che accompagna i giovani nelle loro fragilità, mostrando che anche sotto la pioggia si può imparare a danzare, trasformando le ferite in forza e la sofferenza in speranza.









