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Sarah Aziza è una scrittrice, giornalista e traduttrice americana palestinese. Il 28 aprile esce per Gramma Feltrinelli il suo libro Corpi e confini (432 pagine, 20,90 €, traduzione di Gioia Guerzoni) premiato con il Palestine Book Awards 2025. Si tratta di un memoir in cui una giovane donna, lei stessa, palestinese d’origine cresciuta negli Stati Uniti, racconta la sua discesa nell’inferno dell’anoressia e ripercorre, ad un tempo, la storia della sua famiglia gazawa, esule da tre generazioni, in un viaggio che da Gaza conduce al Midwest, a New York e ritorno.
Sarah, il suo libro inizia con la sua crisi di salute personale, ma ben presto si trasforma in una storia multigenerazionale di esilio, silenzio e sopravvivenza. In che modo la tua storia personale si è trasformata in una narrazione più ampia?
All’inizio non ci avevo pensato: i medici e gli psichiatri che avevo incontrato mi avevano detto che i miei problemi riguardavano solo me e che spettava a me “stare meglio”. Ma poi ho iniziato a sognare mia nonna palestinese e questo ha acceso in me il desiderio di saperne di più su di lei. Quando ho iniziato a fare ricerche e a chiedere a mio padre e ad altri parenti di condividere i loro ricordi di lei, la storia si è ampliata, finché ben presto ho iniziato a ragionare in termini generazionali e storici. È stato solo allora che ho cominciato a vedere come il trauma della Nakba e dell’esilio si tramandasse di generazione in generazione, e come io non fossi un’eccezione: queste cose vivevano anche in me, nel mio corpo e nella mia psiche. Ho sofferto di anoressia, che per molti versi è una malattia creata dal desiderio di scomparire. Ho capito: ha senso lottare in questo modo, voler scomparire, quando tutto intorno a te c’è un mondo che cerca di cancellare il tuo popolo e la tua storia. Non sapevo letteralmente come stare qui. Ma ho cominciato a capire che non era perché c’era qualcosa che non andava in me: era un segno dell’ingiustizia nel mondo.
Quanto è importante sua nonna per la sua identità palestinese? Quanto è forte il suo legame con la sua memoria e in che modo ha cercato di renderla presente nella tua vita?
Mia nonna è una delle persone più importanti della mia vita: è presente accanto a me ogni giorno, anche se non c’è più. Rappresenta molto più dei bei ricordi d’infanzia – il cibo delizioso, i giochi divertenti, i momenti felici. Rappresenta anche l’opera incompiuta della giustizia e della liberazione. Il suo corpo ha sofferto tantissimo. In età avanzata riusciva a malapena a camminare: le ginocchia e la schiena erano state danneggiate da molti anni difficili vissuti come rifugiata dopo la Nakba del 1948. Era coraggiosa, resiliente, testarda, onesta, giocosa, gentile, ma portava anche un profondo dolore che ho imparato a comprendere scrivendo questo libro. So che ora quel dolore spetta a me portarlo, e cerco di farlo con responsabilità, come motivazione per continuare la lotta per una Palestina libera.
Possiamo contrapporre la figura di sua nonna alla figura femminile dominante negli Stati Uniti di oggi?
Non sono sicura di sapere esattamente quale sia la figura femminile “dominante” negli Stati Uniti: mi sembra che ci siano diversi tipi di ideali. Ma certamente, a prima vista, la gente potrebbe pensare che mia nonna non fosse così “di successo” o così “importante” in termini di impatto visibile sul mondo. Non sapeva leggere. Non aveva un lavoro di alto livello. Era povera. Eppure si comportava sempre con una dignità incrollabile. Si rifiutava di essere umiliata o messa da parte. Quella forza mi stupisce ogni volta che ci penso. Spero di riuscire ad essere anche solo un po’ come lei.
Quanto è stato utile l'uso dell'arabo nel suo libro? È un modo per entrare maggiormente in contatto con la storia della sua famiglia?
Entrare in contatto con l'arabo è una delle cose più terapeutiche della mia vita. Ha una bellezza e una profondità che sembrano quasi magiche. Lo vedo come molto più di un semplice elemento di una cultura. È una cultura a sé stante! E come scrittrice, lo apprezzo per la sua capacità di esprimere cose delicate e profonde con arte e precisione: questo apprezzamento va al di là del fatto che sia la lingua madre della mia famiglia. Sono grata di aver potuto inserirlo nella stesura di questo libro: funge, tra le altre cose, da cornice tematica di ogni capitolo. Ho sentito dire dai lettori che questo apporta qualcosa di inaspettato e significativo al testo, e ne sono grata.
Che cosa è la famiglia per lei?
La famiglia, per me, è un altro modo per dire amore: la mia famiglia comprende i miei parenti di sangue, ma anche coloro che scelgo di amare e con cui condivido la vita, e che a loro volta scelgono me. L’amore non cancella le differenze tra noi – la mia identità di araba e palestinese è ancora molto importante per me – ma l’amore riguarda l’etica e uno stile di vita che può permeare qualsiasi lingua, qualsiasi cultura, qualsiasi spazio. Mi sento a casa quando sento di essere vista e accudita, così come sono.
Scrivere è una forma di resistenza al genocidio di Gaza? Come vede il futuro per la popolazione di Gaza?
A volte faccio fatica a pensare che la scrittura possa essere definita “resistenza”, perché quando migliaia di bombe vengono sganciate sui civili, mi sembra un fallimento stare seduta davanti a un computer a digitare. Ho provato diverse volte a “smettere” di scrivere, ma continuo a tornare, perché è semplicemente ciò che sono, il modo in cui penso e mi muovo. Non credo che la scrittura sia sufficiente di per sé, ma accetto che continuerò a scrivere finché sarò viva. Quindi mi chiedo: che tipo di scrittura può resistere al genocidio, al colonialismo, all’ingiustizia? Dovrebbe essere una scrittura che sfida la nostra comprensione del mondo, che indichi la necessità di un cambiamento. Ma spero anche che le mie parole possano collegarci, ricollegarci, alle nostre stesse anime. Penso che molte persone siano profondamente alienate da se stesse e dagli altri – e in questo stato di disconnessione, ci sentiremo impotenti e indifesi. Dimenticheremo che esistono alternative, che il mondo non deve necessariamente essere così. Senza connessione e immaginazione, non ci sentiremo mai motivati ad andare oltre noi stessi per creare un cambiamento, per prenderci cura o difendere gli altri. Perderemo la speranza.
Qual è suo augurio per i lettori italiani del libro?
Sono grata di avere dei lettori e onorata di essere pubblicata in italiano. Ai lettori italiani auguro di leggerlo con il cuore aperto. Spero che si lascino toccare e commuovere: a volte può essere doloroso, ma credo fermamente che il messaggio finale del libro sia la speranza. E che si tratti del mio libro o delle opere di altri palestinesi, spero che continuino a rivolgersi a noi. Sono in tanti a scegliere di distogliere lo sguardo, anche se il genocidio riguarda tutti noi, specialmente chi vive in Occidente.





