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«Leggo Famiglia Cristiana da quando ero piccolo. La trovavo sempre in casa dei miei nonni. Mia mamma salterà di gioia sulla sedia, se vedrà la mia storia su questa rivista che accompagna anche le generazioni della mia famiglia». Giovanni Nesi ha un’allegria contagiosa nella voce. Parla con la leggerezza di chi ha attraversato momenti bui e non ha mai smesso di vedere la luce. Trentanove anni, pianista, concertista, insegnante, capo Dipartimento del Conservatorio di Livorno, ha dovuto imparare, dal 2017, a suonare con la sola mano sinistra, perché gli è stata diagnosticata la “distonia focale”, una malattia neurologica che ha compromesso la capacità, indispensabile per un musicista, di coordinare i movimenti delle dita della mano destra.


Lui, che era ritenuto uno dei più interessanti pianisti della sua generazione, improvvisamente ha visto tingersi di toni scuri il suo orizzonte: «Fui costretto a fermarmi, per concentrarmi su una fisioterapia molto dura», racconta. Ma in lui, che si definisce credente e “moderatamente praticante” – «Vado a Messa, con la mia famiglia» – Dio aveva scritto il desiderio tenace di ricostruirsi un futuro di armonie “diritte” anche su righe storte: «Ho capito che il pianoforte non era solo lo strumento della mia attività professionale e concertistica, ma la mia maniera di esprimermi, la mia identità all'interno del mondo. Sin da piccolo sono un musicista. Sono cresciuto con la musica, in una famiglia di non musicisti».
Forte di un’identità radicata nel profondo, Nesi si è «accostato a una curiosa maniera di suonare, scoprendo che esistevano moltissimi brani scritti per la sola mano sinistra, più di mille, perché nella storia della musica sono stati tanti i pianisti che hanno avuto delle problematiche alla mano destra e hanno scritto per sola mano sinistra. Un po' per sfida, un po' per gioco, ho ricominciato a suonare con una mano. Pensavo potesse essere più semplice, invece chiede una tecnica, una forza, un’abilità persino più impegnativa, perché una mano sola fa il lavoro di due. E alla fine ho ripreso un'attività concertistica e discografica con la sola sinistra».


Dopo una strada di morte, una seconda vita. Una vita pianistica che parla di cielo e di carne, di spiritualità e di quotidianità, di infinito e di passione: «Il mio autore preferito è Johann Sebastian Bach, sin da quando studiavo al Conservatorio. Anche il primo brano che ho suonato anche con la sola mano sinistra è stata una trascrizione per pianoforte della Suite n.1 per violoncello (BWW 1007). Quella di Bach è una musica assoluta, magica, potente. Ci porta dentro la vita di Dio, ci apre all’infinito».
Insieme, tanto nelle sue ultime pubblicazioni discografiche come nei suoi concerti, Nesi suona spesso brani di Alexander Scriabin, compositore russo di fine ‘800: «La musica di Scriabin», dice, «è quanto di più concreto, umano e se vogliamo anche materiale, sensuale, erotico ci sia».
Bach, aggiunge, ci fa toccare con mano «la perfezione che tende all’infinito e racconta verità più grandi di noi. Ci ha lasciato brani musicali in cui percepiamo il senso cupo, minaccioso persino, della nostra fragilità e altri brani luminosi che parlano di perdono e speranza. Nei suoi corali ritroviamo la potenza della polifonia, l’imprescindibile necessità di far dialogare le voci diverse. Un insegnamento che oggi, in tempi di guerre e contrasti che sembrano insuperabili, ci dovremmo forse ricordare un po’ di più».
Scriabin invece ci fa sprofondare «nella concretezza umana della vita, anche la più dura. Lui perse un figlio, lo vide annegare praticamente davanti ai propri occhi. Anche noi, a pensarci, siamo tutti un po’ Bach e un po’ Scriabin: non abbiamo paura di guardare l’infinito e nemmeno di mischiarci con il dolore di vivere».


C’è anche un altro messaggio che la vita di Giovanni Nesi ci consegna: è vero, siamo tutti un po’ solisti, ma siamo anche fatti per suonare insieme. «Anche mia moglie Federica è una pianista, anche lei insegna al Conservatorio. Siamo insieme da 15 anni. Una delle gioie più grandi che ho provato di recente, ora che ho un recuperato parzialmente l'uso della mano destra, è stata suonare a quattro mani con lei un brano di Bach trascritto da György Kurtág». Si rinasce insieme alla vita e alla musica, che sono intessute di accordi e disaccordi. Insieme come marito e moglie. Insieme come comunità.
«Anni fa», ricorda Nesi, «ho conosciuto Paolo Fresco, Presidente della Fiat dal 1998 al 2003, che aveva perso la moglie ammalata di Parkinson ed è mancato di recente. Ha creato il “Fresco Parkinson Institute”, una Fondazione che sostiene la ricerca scientifica per migliorare la qualità di vita delle persone. Per questo abbiamo fatto diversi concerti insieme. Il prossimo sarà l’8 novembre a Firenze, insieme al Coro delle persone con Parkinson e a molti neurologi “musicisti”. Suonerò anche un brano a quattro mani. Credo molto nella simpatia, che vuol dire condividere il pathos, il dolore, le difficoltà, i sentimenti che danno sapore alla vita». La musica, come la vita, è passione condivisa nella gioia e nel dolore. È simpatia e cammino impegnativo da percorrere insieme.









