Meno di tre anni. Dai bombardamenti nell’agosto del 1943 alla riapertura nel maggio del 1946. La “fretta” di riedificare la Scala è incomprensibile se non si va in profondità per capire cosa significhi questo teatro per Milano e i milanesi. “La Scala va ricostruita com’era, dov’era e subito”, era l’imperativo che si era data l’amministrazione meneghina. Così fu deciso, così fu fatto. L’11 maggio 1946 il trionfale ritorno di Arturo Toscanini accompagnava con uno storico concerto la riapertura del teatro. A ottant’anni di distanza torniamo con la mente su quell’evento accompagnati dal sovrintendente e direttore artistico della Scala Fortunato Ortombina.

Secondo un aneddoto attribuito a Winston Churchill, quando gli chiesero di tagliare i fondi per l’arte e lo spettacolo per sostenere lo sforzo bellico, rispose: «Ma allora per cosa combattiamo?». È questa la mentalità che ha portato alla riapertura della Scala?

«Assolutamente sì. Noi tutti dobbiamo essere ancora oggi grati di quella scelta che fu fatta prima dal Comune di Milano, poi con l’approvazione di Alcide De Gasperi e del Governo centrale. Si era a soli 20 giorni dal referendum che avrebbe chiesto agli italiani di scegliere tra monarchia e repubblica, e la riedificazione di questo simbolo poco prima è stato un fattore unificante. Non è stato solo un evento di portata architettonica e funzionale all’interno di una comunità, ma un grande segno per il futuro della cultura».

Il Sovrintendente Fortunato Ortombina, 66 anni, nel foyer della Scala (Photo Claudio Furlan/Lapresse)
Il Sovrintendente Fortunato Ortombina, 66 anni, nel foyer della Scala (Photo Claudio Furlan/Lapresse)
Il Sovrintendente Fortunato Ortombina, 66 anni, nel foyer della Scala (Photo Claudio Furlan/Lapresse).

Perché dare la precedenza alla Scala rispetto ad altri servizi della città creando indubbiamente un sacrificio?

«La civiltà di quel tempo, di questa città e del Governo, ritenne che ne valesse la pena e io, personalmente, sono quasi commosso all’idea di quella decisione: quando sei di fronte a una prova del genere, ti devi chiedere ogni giorno se questo sacrificio l’hai saputo meritare o no. Io penso di poter dire che i milanesi e i non milanesi accolti a Milano abbiano meritato questo enorme sacrificio. E il ritorno di Toscanini è chiaramente il compimento di un cerchio della storia».

Veniamo infatti al giorno del concerto. Toscanini era il direttore italiano più celebre a quel tempo, ma la motivazione del suo incarico fu anche politica.

«Toscanini forse è stato l’antifascista più tranquillo di tutti, nel senso che nessuno osava perseguitarlo. Dopo lo “schiaffo di Bologna” il Duce impose di non toccarlo. Questo ci restituisce anche un segno di sovranità della musica, di quella operistica italiana in particolare. Toscanini sentiva con grande senso di responsabilità politica il suo ruolo di direttore d’orchestra e subito pretese che le figure che erano state allontanate dalle leggi razziali venissero reintegrate e che fossero presenti per quell’occasione. Il maestro poi è sempre stato legato a Milano, abitava in via Durini dove c’è ancora una targa al numero civico: “In questa casa dal 1909 al 1957 visse e operò Arturo Toscanini nel nome della musica e della libertà”. Poi, si parla dell’11 maggio, ma l’11 maggio oscura un po’ tutto quello che era stato pensato…».

La Scala distrutta dai bombardamenti dell'agosto 1943 (Publifoto/Olycom)
La Scala distrutta dai bombardamenti dell'agosto 1943 (Publifoto/Olycom)

La Scala distrutta dai bombardamenti dell'agosto 1943 (Publifoto/Olycom)

Quel concerto non esauriva i festeggiamenti?

«No, era previsto un festival con ben sette programmi – Toscanini ne diresse cinque – che finì a giugno inoltrato, con ciascun programma che veniva replicato più volte, ed era ogni volta un bagno di folla. Non avevano pensato solo all’11 maggio come una data nella quale si esaurisse tutto, volevano fare in modo che tutti potessero assistere a questo miracolo della Scala che “risorgeva”, come scriveva il Corriere della Sera in prima pagina. Una volta Fedele Confalonieri, che all’epoca del concerto aveva 9 anni, mi rivelò un fatto che nessuno aveva tramandato».

Quale?

«Che, oltre al pubblico in sala, dietro le quinte avevano messo file e file di sedie per qualche centinaio di spettatori che potevano ascoltare senza vedere. Suo padre era riuscito ad avere due posti lì dietro e lui andò ad ascoltare il concerto. Proprio tra la lunghezza dell’iniziativa, i programmi innovativi – la prima assoluta in Italia di Un americano a Parigi, per esempio – e questo fatto del pubblico dietro le quinte ci fanno capire che la Scala era risorta per guardare lontano. Come aveva sempre fatto».

Questo edificio viene preso anche come simbolo della città. Perché a Milano un teatro ha un ruolo così predominante?

«Le cose non si fanno mai da sole nella storia. Quando qualcuno mi chiede “ma perché la Scala è la Scala?”, io rispondo: “Perché la Scala è a Milano”. Era stata edificata per volontà di Maria Teresa d’Austria, ma su spinta culturale degli illuministi milanesi di cui certamente l’imperatrice ha dovuto tenere conto. E poi Milano con la Scala si dotò di quello che era il teatro pubblico più grande al mondo, in cui potevano entrare 3 mila persone. La Scala vive nella linfa di Milano e Milano sente veramente la Scala come la casa di tutti ed è un mutuo vivere e alimentarsi ciascuno come l’espressione dell’altro».

Tornando ai nostri giorni, la prossima stagione si aprirà con un nuovo direttore musicale, Myung-Whun Chung. Chailly lascia la direzione ma rimane per collaborazioni future. Un cambio nel segno della continuità?

«Il direttore musicale cambia, ma, per la prima volta nella storia della Scala, chi lascia mantiene un rapporto con il teatro. Questa cosa avviene per la volontà di cercare di perseguire, con la massima qualità, anche la continuità. Del resto, è già nel segno della continuità la scelta del maestro Myung-Whun Chung, che, da non direttore musicale, è colui che ha diretto più spesso l’orchestra della Scala. È un lunghissimo rapporto con quest’orchestra nato alla fine degli anni Ottanta e con un ampio repertorio. E la collaborazione di Chailly credo che farà bene al teatro, all’orchestra, alla città».

Tre giorni di festeggiamenti

L’anniversario della riapertura viene celebrato con tre giorni di iniziative. Sabato 9 maggio alle 15 nel Ridotto Toscanini apre la mostra 1946, la Scala rinasce - La ricostruzione del Teatro, della Città, del Paese, che documenta il percorso dai bombardamenti alla ricostruzione fino al ritorno di Toscanini. Domenica 10 maggio alle 14 il maestro Riccardo Chailly aprirà la prova antegenerale di Nabucco agli studenti. Alle 20.30 è prevista l’inaugurazione dell’installazione di Marco Lodola Note di luce, progetto che fonde arte contemporanea, memoria storica e tradizione musicale. Le celebrazioni culmineranno lunedì 11 maggio alle ore 12 con una cerimonia pubblica cui prenderanno parte il sindaco Giuseppe Sala, il sovrintendente Fortunato Ortombina, la senatrice Liliana Segre e il direttore musicale Riccardo Chailly, che dirigerà orchestra e coro in estratti da Nabucco di Giuseppe Verdi. La cerimonia sarà aperta alla cittadinanza previa registrazione sul sito del Teatro.