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Negli ultimi anni le fiction televisive con delitti da risolvere partono quasi sempre da una serie di libri gialli di successo. Uno sbirro in Appennino (su Rai 1 da giovedì 9 aprile, regia di Renato De Maria), che ha come protagonista un poliziotto sui generis, poco ligio alle regole, dotato di grande intuito, seduttore incallito e con un passato doloroso, è invece una serie nata dalla penna dello sceneggiatore Fabio Bonifacci e con un personaggio creato apposta per Claudio Bisio, che gli conferisce umanità, ironia e leggerezza. Vasco Benassi, dopo anni di servizio a Bologna e dopo una promozione mancata, torna in veste di commissario nel comune in cui è nato, dove ritrova anche vecchi amici e colleghi. Omicidi e misteri, dunque, con ambientazioni agresti, tra gli scenari delle possenti montagne verdi dell’Appennino romagnolo: una fiction virata sul giallo ma anche sulla commedia.
La prima volta nei panni di un detective?
«In realtà avevo già avuto un piccolo ruolo da poliziotto nella serie Rai del 2023 Vivere è un gioco da ragazzi, che era sempre ambientata a Bologna. Mi era piaciuto e da lì è nata l’idea dello sceneggiatore Bonifacci, che è anche un amico e con cui ho realizzato il mio primo e, per ora (ma solo per ora, perché sto lavorando per tornare dietro la macchina da presa), unico film da regista, L’ultima volta che siamo stati bambini. Oltre a essere stato lo sceneggiatore di tanti altri film a cui ho partecipato, da Si può fare a Benvenuti al Nord fino a Benvenuto Presidente».
Perché la scelta degli Appennini?
«Ne parlavamo proprio con Fabio: le Alpi stanno tutte al Nord, mentre gli Appennini sono come un filo che unisce l’Italia da Nord a Sud. Ora sono in auto, in giro per la mia tournée teatrale, e sto proprio attraversando gli Appennini nella zona di Campobasso: i paesaggi, in un certo senso, sono simili a quelli del tratto romagnolo, così come la vita delle persone».
Con che spettacolo è in tour?
«Con il monologo La mia vita raccontata male, con la regia di Giorgio Gallione, tratto da testi di Francesco Piccolo. Una finta autofiction dove mi diverto ogni volta, alla fine dello spettacolo, a svelare agli spettatori – i quali avevano creduto parlassi di me – che quella messa in scena non è la mia vita».
Tornando alla nuova serie Rai, che cosa c’è di lei in Vasco?
«Per esempio il fatto che sia cintura nera di judo, disciplina che ho praticato per anni anche io».
Vasco è un riferimento a Vasco Rossi e alla sua Zocca?
«Vasco è un nome molto diffuso in quelle zone, ma in effetti un omaggio al grande cantautore c’è».
Lei è un lettore di gialli? Le è mai capitato di pensare, leggendo una serie, di voler interpretare quel detective o poliziotto?
«In realtà lo è più mia moglie Sandra, ma qualche giallo lo leggo anche io: per esempio i libri di Carofiglio o di Lansdale. Portare sullo schermo il Gorilla di Sandrone Dazieri (nel film La cura del gorilla, uscito nel 2006, ndr) è stata un’idea mia, dopo aver letto i libri di cui è protagonista».
Perché una parola così d’antan come “sbirro”?
«Per me tutta la serie è un po’ vintage e poi è lui stesso – che per certe cose è all’antica – a definirsi così, giocando sull’ambiguità di un termine che da un lato è familiare, dall’altro è usato a volte in tono dispregiativo».
Questa voglia di natura, di boschi, di campagna, ce l’ha anche lei?
«Eccome: infatti da qualche anno ho una casa con un uliveto nel Chianti, vicino a Poggibonsi, dove giro in bicicletta e produco olio, anche se in quantità minime. Ma mi sono divertito a dargli un nome: il “Bisunto”».


Nel suo personaggio emerge forte il tema della paternità mancata. Vasco, single e senza figli, è protettivo nei confronti della giovane collega Amaranta, il cui padre se n’è andato quando era piccola. E sorveglia, su richiesta della madre – una sua ex – il problematico figlio ventenne di lei. Anche Vasco ha avuto una sorta di padre putativo, il suo ex capo Masiero. Lei, al contrario, è stato un padre presente…
«Con mia moglie Sandra diciamo spesso che siamo stati bravi ma fortunati: abbiamo due figli fantastici. La grande, Alice, laureata in Biologia, ha trent’anni e lavora per l’Onu a Nairobi; il maschio, Federico, ne ha 28, ha studiato all’Accademia di Belle Arti e si occupa di effetti speciali in 3D per i concerti: dei due è quello che ha scelto una strada un po’ più affine alla mia. Confesso che mi è un po’ dispiaciuto che non abbiano voluto fare gli attori, ma anche misurarsi sullo stesso terreno dei genitori può essere faticoso».






