Ieri sera è venuta a cena una cara amica di mia figlia Emma.
Francesca è autistica.
Erano due giorni che leggevo commenti sulla Barbie autistica e che scambiavo opinioni sul tema. A un certo punto ho pensato: chi meglio di loro può darmi un’opinione?

Io ho sempre fatto il tifo per le bambole che rappresentano bambine e bambini che non si riconoscono nelle bambole “classiche”. Quando Emma aveva un anno lessi di un’azienda spagnola che aveva prodotto una bambola con sindrome di Down. La comprai subito, senza avere le idee chiarissime sul fatto che quel giocattolo potesse davvero avere un valore per mia figlia.
Oggi però posso dirlo con certezza: Sofia — così l'avevamo chiamata — è servita.
È servita a Emma per vedersi rappresentata.
È servita a noi per parlare di disabilità con la sorella e il fratello.
È servita nel gioco con gli amichetti e le amichette, senza spiegoni, senza discorsi difficili.
Attraverso il gioco, bambini e bambine possono esplorare le infinite sfumature della natura umana, conoscersi meglio e costruire un immaginario più ampio e variegato. E questo accade in un momento fondamentale della vita: l’infanzia.

Per questo ho accolto con entusiasmo la Barbie con sindrome di Down tre anni fa, e accolgo con favore anche questa nuova Barbie autistica.
Adoro quel tablet con la comunicazione aumentativa e alternativa: uno strumento che permette a persone non verbali di esprimere bisogni, desideri, emozioni, di comunicare. La Barbie indossa le cuffie e ha in mano un fidget spinner. Tutte le persone autistiche li usano? No, ovviamente. È un problema? Io non credo.
So bene che molte persone autistiche non si sentiranno rappresentate da questa bambola. L'autismo non è una comunità rappresentabile in modo univoco. Ma chi, davvero, lo è? Lo sono forse le persone con sindrome di Down? Lo sono forse le persone di una certa etnia? Lo sono forse le ragazze in generale?
La rappresentazione non è mai perfetta, non è mai totale. È un passo. A volte piccolo, a volte imperfetto. Ma quando apre possibilità, quando allarga l’immaginario, quando apre dibattiti, allora — per me — vale la pena difenderla.

Ah, non vi ho ancora detto cosa hanno detto le ragazze.
Emma mi ha detto che non era la persona giusta a cui chiedere. Non perché ha la sindrome di Down, ma perché a lei non sono mai piaciute le Barbie. Però si ricordava ancora di Sofia.
Francesca invece mi ha raccontato che è sempre stata un’appassionata di Barbie, che ne aveva una collezione. Poi, senza guardarmi negli occhi, ma visibilmente commossa, mi ha detto: “Io l’avrei voluta una Barbie autistica.”

Benvenuta, dunque, Barbie autistica e grazie Mattel, Inc. e Autistic Self Advocacy Network.

Martina Fuga è Presidente di CoorDown, il coordinamento della associazioni che in Italia promuovono i diritti delle persone con sindrome di Down. È partner di Kopernicana dove si occupa di progetti di formazione e consulenza sui temi della Diversity Equity & Inclusion e di comunicazione strategica.
Ha pubblicato per Mondadori Electa “Lo zaino di Emma” nel 2014 e “Diciotto” per Salani editore nel 2024.