Qualcuno ha imbrattato la porta della chiesa, ma ufficialmente nessuno sa chi è il colpevole. I ragazzi, invece, lo sanno, perché il responsabile appartiene proprio al gruppo degli adolescenti del paese. Due fratelli parlano del fatto con i genitori, esplicitando il nome del responsabile dell’azione maldestra alla madre che, senza riferirlo ai figli, lo comunica al sagrestano. Ora il colpevole dell’azione maldestra ha un nome. A questo punto non è più caccia al colpevole, ma caccia alla “spia”. Un gruppo di adolescenti (c’è solo un maggiorenne all’interno di questa improvvisata baby gang) attira con l’inganno i due fratelli (rei di aver detto alla madre il nome del colpevole) in un campo di soia e poi per ore li denuda, li umilia, li picchia senza pietà, in un gioco in cui tutti sono complici, carnefici e corresponsabili.

Famiglia ed educazione

Bullismo: i giovani invocano pene più severe

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È stata la madre dei due ragazzi malmenati e maltrattati a denunciare il fatto alle forze dell’ordine, mostrando i video delle violenza subite dai figli. Anche in questo caso, mentre i ragazzi compiono un reato gravissimo c’è qualcuno che riprende - non per denunciare ciò che sta accadendo, ma per detenere una memoria oggettiva dell’impresa compiuta. Nelle riprese video si nota che, mentre i fratelli picchiati invocano di essere lasciati in pace, il branco non smette di infierire e di aggredire, totalmente indifferente al dolore e alle sofferenze causate.

Tutto questo è accaduto a Conegliano, una città del grande Veneto, dove gli adulti si stanno interrogando su come e perché fatti del genere possano avvenire coinvolgendo ragazzi della comunità. Come adulti rimaniamo basiti quando constatiamo che sta accadendo qualcosa di enorme, che impatta un’intera generazione, che fa sì che il bambino che l’anno prima era ancora alla scuola primaria, a meno di un anno di distanza appartiene ad un branco che picchia, spoglia ed umilia due coetanei che non hanno alcuna colpa e che potrebbero essere i suoi fratelli, i suoi cugini, i figli dei suoi migliori amici di famiglia.

Tre sono i campanelli d’allarme presenti in questa storia di cui noi genitori dobbiamo diventare consapevoli: la mancanza di empatia, l’esercizio della crudeltà e la non percezione del limite. L’empatia è una competenza che va allenata nel tempo della crescita: aiuta a mettersi nei panni dell’altro, a sentirne la gioia ma anche il dolore, muove in modo pro-attivo, generando vicinanza, intimità e cooperazione. Per agirla e metterla sulla scena della vita, ti deve essere stata indicata come risorsa a cui è bene fare ricorso nelle relazioni con gli altri. L’altro da te deve esserti stato mostrato come soggetto degno di attenzione, di cura e di rispetto. «Se l’altro piange, avvicinati e dona conforto. Se l’altro ha paura, avvicinati e rassicuralo»: i bambini imparano queste competenze solo se le hanno prima di tutto sperimentate su di sé, grazie a relazioni attente e disponibili. Nell’epoca della fretta, della frenesia, dell’iperattivismo che toglie a noi genitori il tempo e la pazienza di so-stare accanto ai nostri figli, l’empatia è merce rara. E quando scompare l’empatia, l’altro diventa non più soggetto di relazione, ma oggetto. Allora può essere trattato in modo crudele e prepotente. Io non sento ciò che lui sente, quindi posso fargli e posso fare ciò che voglio. In questa perdita dell’empatia che permette di agire in modo prepotente e crudele, scompare anche la percezione del limite. Nulla è anormale, tutto è normale. “Il male che ti faccio” è un mio diritto. “Il tuo lamento di dolore, mentre ti faccio male” è un’ulteriore prova che sei uno che non sa stare al mondo e che merita una lezione per questo.

La tragedia del nonnismo che aveva infestato le caserme italiane, tutta basata sulla legge del più forte che – una volta preso il potere – ti maltratta e ti umilia a suo piacimento, nella vicenda di Conegliano si ripete in modo drammatico e disorientante per chi ha a cuore l’educazione e l’età evolutiva. Solo che sulla scena non ci sono giovani adulti, ma ragazzini, alcuni dei quali quasi bambini, che usano la legge del taglione, procurano traumi e violenze e poi ne tengono memoria dentro video che dovrebbero celebrare le loro prepotenze e la loro sete di controllo e potere.

In questa storia, proprio quei video celebreranno invece l’ingresso nel percorso della giustizia minorile dei soggetti implicati. Però a noi adulti, resta la responsabilità di comprendere come, quando e perché ai nostri figli non siamo riusciti ad insegnare empatia e senso del limite, portandoli inevitabilmente a scegliere la crudeltà e la logica del branco invece che la solidarietà e la forza del gruppo che, condivisa e resa cooperativa, lo trasforma in squadra.