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Si è aggrappata alla vita e non l’ha mai lasciata andare. Francesca Nota, l’ultima dei ragazzi coinvolti nel rogo di Crans-Montana di Capodanno a essere stata dimessa dal Niguarda due settimane fa, ha trascorso in ospedale 224 giorni ed è stata prossima alla morte più volte, subendo 50 interventi tra operazioni e medicazioni. Diciassette anni compiuti a giugno, vive in una zona molto bella di Milano dove siamo andati a incontrarla, vicino a piazza Duomo, in quegli angoli di città dove pensi che l’esistenza sia più facile che per altri. Ma non è la spaziosa casa d’epoca dai soffitti altissimi o l’abitare a un passo da via della Spiga, via della moda per eccellenza, a renderla così coraggiosa. «È la volontà di esserci», afferma Francesca, «anche per i miei amici che non ci sono più».
Achille Barosi e Chiara Costanzo, infatti, erano due tra i più cari. «Con Chiara, per mano, abbiamo imparato insieme a camminare». Francesca non avrebbe mai immaginato che non ce l’avrebbe fatta, ma quando l’ha saputo – nonostante il dolore profondo e l’incredulità – non si è fatta scoraggiare, anzi ne ha colto motivo di resilienza: «D’ora in poi in ogni mio sorriso ci sarà sempre anche lei». Sì, perché il visino dolce di Francesca è rimasto tale, con i suoi occhioni vispi e azzurri. A sostenerla, con lucido ottimismo e tanta buona volontà, ci sono papà Stefano e mamma Marilisa, alleati da sempre e proiettati al futuro, decisi ad andare avanti più che a inchiodarsi sulle recriminazioni: «Quel che conta per noi oggi è che Francesca recuperi al meglio le sue abilità e quanto prima l’autonomia. Al resto ci penseranno gli avvocati».
Stefano e Marilisa erano a Crans la sera di Capodanno in cui è scoppiato l’incendio al Constellation, «a casa dei Barosi con i Costanzo e i Giola, quando il loro figlio Giuseppe ha chiamato dicendoci di correre lì perché era successa una tragedia. Arrivato, c’era uno scenario di guerra. Corpi ovunque, vestiti lacerati, fumo, fumo e ancora fumo. Ho provato a entrare, ma non si poteva stare. Un soccorritore, vedendomi uscire di corsa, mi ha detto che avrebbero portato i ragazzi feriti nel locale di fronte».
Francesca quegli attimi li ricorda bene: «Avevamo mangiato una pizza tutti insieme e poi ci siamo spostati al Constellation per una serata come tante, in cui aspettare l’arrivo dell’anno nuovo. Ricordo il fuoco d’artificio sfiorare il soffitto e quella scintilla innescare l’incendio. Di aver preso, come altri amici, la giacca prima di correre verso l’uscita. Di aver perso la scarpa destra sulle scale. Poi più nulla. Sono svenuta cadendo a terra».
Stefano, nel frattempo, aveva chiamato Marilisa che, nonostante l’influenza, ha percorso più di un chilometro a piedi. Riconoscerla è stata un’impresa. «Corpi a terra», ricorda Marilisa, «ragazzi che urlavano per il dolore, genitori che gridavano il nome del proprio figlio. Quando siamo entrati nel locale di fronte, Francesca aveva tutti i capelli arruffati e un lembo di pelle che le cadeva dal viso». «Ho capito che era lei», ricorda Stefano, «perché, con la scusa del Capodanno, si era fatta fare le unghie semipermanenti fucsia che hanno resistito al disastro, per i suoi occhioni azzurri e per il piede piatto con una sporgenza. “Franci, sei tu?” le ho chiesto. L’abbiamo caricata in macchina e siamo andati diretti all’ospedale di Sion. In auto una puzza di fumo irrespirabile e lei che continuava a ripetere “sono morta, sono morta”. E a chiedere dove fossero i suoi amici».


In ospedale, una scena apocalittica con una via vai continuo di macchine. «Francesca era sulla sedia a rotelle, ma non riusciva a starci per il dolore. E pensare che a noi, all’inizio, non sembrava fosse così grave. Era molto arrossata, è vero. Aveva dolori lancinanti, ma mai avremmo immaginato che fosse una situazione così critica. Invece, l’hanno intubata subito, sedata e caricata in elicottero per trasferirla a Zurigo. Tempo di arrivare e le avevano già fatto un intervento alla schiena».
Francesca di Sion e Zurigo non ricorda nulla. «A Zurigo, però, ho saputo che qualcuno mi aveva dato un rotolino di lana a forma di cuore come portafortuna. Gli elicotteristi me l’hanno messo sulla barella quando si è trattato di volare al Niguarda di Milano». Per i genitori, invece, a Zurigo c’è stata la prima doccia fredda: «Con il 70 percento del corpo compromesso da ustioni di 2° e 3° grado non sapevano dirci se si sarebbe salvata». Sono iniziati così i 224 giorni di degenza. Il 4 febbraio è uscita dalla terapia intensiva e la prima cosa che ha chiesto è stata «come fosse andata la pagella!». In mezzo, mille antibiotici e tanti momenti in cui ha pensato di non farcela: «Dopo la penultima operazione mi ha detto “papà, ti prego portami a casa, non ce la faccio più. Mi sa che raggiungo Chiara”».
Il 13 agosto scorso Francesca è tornata nella sua cameretta, tra le sue cose e ha abbracciato il suo peluche di Dumbo. Quella data vorrebbero tatuarsela tutti sulla pelle «come una seconda nascita». I ricordi pian piano allentano la presa e la rabbia è superata dalla gratitudine: «Per lo staff medico di Sion e Zurigo», dicono i genitori; «per il grande lavoro del Centro Ustioni del Niguarda diretto da Franz Baruffaldi Preis. Per il dottor Casella, primario di Terapia intensiva, e le dottoresse Settembrini e Tettamanzi che hanno curato Francy come una madre e una sorella maggiore». Ma un grazie va anche «al diacono Luigi Giugno che ci ha sostenuti, all’arcivescovo di Milano Mario Delpini che ha fatto visita, a don Luca Rago e suor Gabriella di Buscate che ci sono sempre stati. A don Giacomo Pezzuto e alle parole del presidente Sergio Mattarella». La preghiera che ha ripetuto più spesso Francesca? L’Angelo di Dio, «perché qualcuno da lassù mi ha protetta».


La ragazza adesso ha solo voglia di recuperare la sua autonomia: «L’uso delle braccia, delle spalle e delle mani per afferrare le cose e, poi, tornare a uscire da sola. Ma l’importante è essere qui ed essere viva». Il desiderio più grande? «È tornare a scuola, il Virgilio, perché lì mi diverto e sa di normalità». Da sempre in parrocchia e da un paio di anni animatrice, «l’oratorio è la mia seconda famiglia», quando la Fom milanese le ha chiesto di lanciare un messaggio ai coetanei a maggio scorso per l’apertura dell’estate ha detto: «Vivete la vita e cogliete l’attimo. Impegnatevi sempre e date il meglio di voi». Come hai fatto tu, giovane “guerriera”, per cui tutta l’Italia ha fatto il tifo.









