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Jacques e Jessica Moretti
La notizia che Jacques Moretti è in carcere arrestato con l'accusa di violenze sulla moglie Jessica per un'aggressione che si sarebbe verificata nella notte tra l'11 e il 12 agosto, quando la donna è stata portata in ospedale, ci turba e ci lascia un certo amaro in bocca. Non è facile spiegare perché abbia pervaso così profondamente il nostro stato d’animo, ma tant’è. E allora vale la pena ricostruire i fatti per provare a trovare una risposta.
Non è di certo solo perché quest’ultimo atto aggiunge un’altra nota dolorosa e tossica a una coppia che è nota alla cronaca per la tragedia di fine anno, il rogo nel locale Le Constellation di loro proprietà a Crans Montana in cui hanno perso la vita 41 persone, tra cui tanti giovanissimi. E chi è sopravvissuto ne porterà i segni per tutta la vita. Famiglie sconvolte dalla banalità del male, destini cambiati da una scintilla che è diventata incendio, divampato senza scampo in una notte qualsiasi di festa aspettando l’anno nuovo.
E non è per la sacrosanta scelta di incarcerare un uomo che alza le mani sulla propria compagna. Del resto, è la legge italiana che lo prevede. Le normative del Codice Rosso, all’articolo 581 e 582 del codice penale stabiliscono, infatti, che se l'atto violento non causa una malattia fisica o mentale (ad esempio uno schiaffo isolato senza conseguenze mediche), la pena è la reclusione fino a 6 mesi o la multa; se la violenza provoca una malattia nel corpo o nella mente, la reclusione va da 6 mesi a 3 anni. La pena aumenta se le lesioni sono gravi (da 3 a 7 anni) o gravissime (da 7 a 15 anni).
Ci chiediamo, quindi, se nel subconscio ci addolora sapere che Jacques Moretti è in carcere per presunta violenza in famiglia e non, anche, per il disastro di Capodanno (e allora anche la povera moglie malmenata). Ma di nuovo, la giurisprudenza ci indica la strada. Per dirla in modo molto semplice la gravità della strage, da sola, non basta in Svizzera per mettere in carcere preventivo un indagato, ma richiede tassativamente specifici motivi cautelari concreti, come il pericolo di fuga, di collusione o di reiterazione.
E forse penso sia proprio questo a lasciarci l’amaro in bocca: non è il confronto tra due reati, ma la percezione di una asimmetria tra la tragedia e la misura cautelare. Sapere che la giustizia deve necessariamente procedere per prove, responsabilità individuali e concrete esigenze cautelari, mentre noi continuiamo a guardare a quella notte di Capodanno e a contare 41 vite spezzate in attesa, ancora, di una risposta che chiede giustizia.














