Ho aspettato a lungo di vedere Gioia mia, il film uscito nelle sale a dicembre scorso diretto e scritto da Margherita Spampinato al suo debutto alla regia (con cui ha vinto il David di Donatello) e interpretato dalla monumentale Aurora Quattrocchi, anch’ella meritatissimo David di Donatello come miglior attrice protagonista e, quasi, premio alla carriera, verrebbe da dire.

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La gioia di un David a 83 anni: chi è Aurora Quattrocchi

La gioia di un David a 83 anni: chi è Aurora Quattrocchi
La gioia di un David a 83 anni: chi è Aurora Quattrocchi

Ma quel che più mi ha colpito, al di là degli aspetti strettamente cinematografici, è la delicatezza con cui il film affronta un tema che sta tornando di ruggente attualità per noi genitori: l’estate dei nostri figli. Travolti dalle tecnologie e perennemente iper stimolati, incapaci di gestire la noia e quei rari spazi lasciati dalle tecnologie e dagli impegni che noi per primi gli creiamo. Ora si sa, che i giornalisti amano le narrazioni per iperboli, ma questa davvero poco si discosta dalla realtà che tantissime famiglie vivono con bambini ormai non più nativi digitali, ma nati digitali.

Ecco allora che Spampinato, in maniera delicata ma dirompente, decide di raccontare il mese di vacanza che Nico (Marco Fiore, di una bravura esagerata), bambino del nord, è costretto a trascorrere con la vecchia prozia Gela in Sicilia, a Trapani, perché i genitori lavorano e la babysitter si sposa (per poi andare a vivere a Parigi). E inevitabilmente si ritrova costretto a inventarsi le giornate, a socializzare con gli altri bambini in cortile nonostante alcuni atteggiamenti scorbutici e arroganti, a legare con Rosa (Martina Ziami) di cui alla fine, un po’, si innamorerà. Nei suoi riposini pomeridiani, nel nascondino per le strade, nelle partite di briscola con la prozia ci ho rivisto le mie estati negli anni Ottanta.

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Un’estate a casa della vecchia prozia

Un’estate a casa della vecchia prozia
Un’estate a casa della vecchia prozia

Quel tempo lento che trascorreva tra un gioco e l’altro, quelle estati che ricordo calde e assolate, ma con quell’aria morbida e tiepida – che – come nel film – scostava le tende per accarezzarci la pelle. Quelle cene che non erano sempre quello che volevi, ma anche quel che c’era e che veniva cucinato. E poi le ore a giocare, in cortile o al mare, con quella libertà di “vacare” e di perdere tempo che i nostri bambini non hanno più.

Aurora Quattrocchi

Vedere Gioia mia mi ha commosso, nel senso più profondo di “mettere in movimento”, “scuotere con forza” per cui, nonostante non ci fosse nulla di drammatico, ho finito il film in lacrime. Con la malinconia di chi ricorda il tempo passato e, non per un banale amarcord dell’infanzia e di quell’età “leggera”, ma perché è tutto ciò che vorrei vivessero ancora oggi i miei figli. Ecco allora che consiglio di vederlo con loro e io per prima lo farò. Perché probabilmente sarà molto più efficace di mille ramanzine, “lascia il telefono” “spegni i videogiochi”. No, per una volta sarà “guardiamo insieme Gioia mia che ha qualcosa di bello da dirci”.

Una scena da Gioia mia

A noi adulti, invece, forse il regalo più grande che questo film può fare è ricordarci che un bambino non ha bisogno di essere continuamente intrattenuto per stare bene. Ha bisogno di tempo. Di tempo vuoto, perfino. Di giornate in cui non succede niente e, proprio per questo, possono succedere tante cose. Di un cortile, di un pallone, di un’amicizia nata quasi per caso, di un adulto che c’è ma non riempie ogni silenzio. Perché non possiamo restituire loro le estati che abbiamo avuto noi e, forse, non sarebbe nemmeno giusto né possibile. Ma possiamo ancora difendere qualche ora senza programmi, qualche pomeriggio senza schermi, qualche sera in cui ci si annoia tutti insieme. Possiamo provare a non avere sempre paura del vuoto. Chissà che lasciandoci e lasciandoli lì “a fare niente”, in quel niente non nasca qualcosa.