Quante volte, durante gli anni della scuola, abbiamo avuto la netta sensazione di non andare a genio a un professore? Probabilmente spesso. Eppure, dentro di noi, cercavamo di scacciare il pensiero convinti che un docente debba essere per definizione imparziale, sia davanti al primo della classe che allo studente con tre debiti a settembre.

La realtà, però, è diversa: gli insegnanti sono esseri umani, dotati di emozioni, simpatie e, inevitabilmente, antipatie. Provare un’istintiva avversione per un alunno non significa necessariamente essere un pessimo professionista; il vero pericolo risiede nel non ammetterlo.

Enrico Galiano, scrittore e insegnante, testimonial dell'iniziativa \\\"Direi, Fare, Amare\\\" in occasione della seconda edizione della campagna “Dire, fare, amare” di Coop, presentazione di “Agenda Close the Gap 2026” e i nuovi progetti di formazione delle Cooperative di Consumatori. Milano 27 Febbraio. (NPK) ANSA / MATTEO BAZZI
Enrico Galiano, scrittore e insegnante, testimonial dell'iniziativa \\\"Direi, Fare, Amare\\\" in occasione della seconda edizione della campagna “Dire, fare, amare” di Coop, presentazione di “Agenda Close the Gap 2026” e i nuovi progetti di formazione delle Cooperative di Consumatori. Milano 27 Febbraio. (NPK) ANSA / MATTEO BAZZI
Enrico Galiano, scrittore e insegnante. (NPK)ANSA / MATTEO BAZZI (ANSA)

A sollevare il velo su questo tema è Enrico Galiano in un recente video pubblicato su Instagram. Lo spunto nasce dalla confessione accorata di una collega: «Forse tu mi puoi aiutare… secondo te è possibile che uno studente mi stia antipatico? Dimmi cosa fare perché ho paura di essere una pessima insegnante».

La risposta di Galiano scardina l'immagine del docente "impassibile": «Lo so, dovremmo essere sempre equilibrati e giusti, praticamente dei santi muniti di registro elettronico. Ma esistono i bias impliciti».

I bias sono scorciatoie automatiche della mente. Si tratta di antipatie che il nostro cervello ci "vende" come intuizioni razionali, ma che in realtà non hanno nulla di logico. «Non lo puoi decidere e, soprattutto, non lo puoi evitare», spiega Galiano. «Avvengono a livello inconscio per associazione con le nostre esperienze passate. L'evoluzione ci ha fatto questo "regalino": usiamo il passato per leggere il presente». Un accento, un modo di fare o persino una pettinatura possono far scattare un meccanismo difensivo che ci porta a bollare immediatamente un ragazzo come "provocatore".

Negare questa dinamica è il primo passo verso l'errore. Secondo Galiano, l’insegnante che si professa assolutamente imparziale è proprio quello più a rischio:

«Se dici che per te sono tutti uguali, significa che fai differenze senza accorgertene. Diventi come un chirurgo che opera con il bisturi contaminato: anche se non vuoi, infetti e fai dei danni».

Come può un docente capire se sta agendo sotto l'influenza di un bias? Galiano elenca quattro segnali inequivocabili:

Soglia della pazienza ridotta: Con quello studente non esiste il "cartellino giallo"; si passa direttamente al rosso alla prima mancanza.

Assenza di ironia: Una battuta che farebbe sorridere se pronunciata da altri, detta da lui o da lei diventa un motivo per "sguainare l'Inquisizione".

Giudizio morale preventivo: Ogni comportamento viene interpretato come una colpa. Se non ha il quaderno è perché "se ne frega", se sta zitto è "disinteressato". È colpevole a prescindere.

Effetto riflettore: In una classe rumorosa, il docente sente solo la sua voce. È come se ci fosse un faro puntato costantemente sul "colpevole".

Riconoscere questi segnali non è un fallimento, ma un atto di onestà intellettuale. Ammettere che il proprio "bisturi" è contaminato è l'unico modo per iniziare a pulirlo e tornare a esercitare il ruolo educativo con la giusta distanza e oggettività. Essere una buona insegnante non significa non avere pregiudizi, ma avere il coraggio di guardarli in faccia.