L’episodio di cronaca avvenuto a La Spezia ha riacceso il confronto sulla sicurezza nelle scuole italiane. Tra le proposte emerse, c’è stata quella del ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara di predisporre metal detector nelle scuole “a rischio” previa richiesta del dirigente scolastico. Una proposta che ha acceso il dibattito tra favorevoli e contrari. In questa intervista, Enrico Galiano analizza la questione partendo dalla psicologia degli adolescenti e criticando una gestione del problema che definisce puramente repressiva.

Cosa ne pensa della proposta di installare metal detector nelle scuole come risposta ai fatti di La Spezia?

«Non posso avere un pensiero sulla vicenda in sé, perché non conosco da vicino i protagonisti e quindi non mi posso esprimere rispetto a questa vicenda. Quello che posso dire è che in base alla spiegazione del ragazzo che ha ucciso il compagno si è parlato di una questione di una ragazza. Ecco, su questo posso esprimermi perché ho in questi anni notato — tutti l'abbiamo davanti agli occhi — il problema di un concetto di mascolinità ancora troppo fermo al passato, intesa come difesa un territorio, di un possesso. In generale non è mai una questione sentimentale, di emozioni e sentimenti. È spesso una faccenda di proprietà, orgoglio nell’accezione peggiore. È questa la cosa preoccupante. Poi, sul tema delle armi, mi pare che le notizie e i numeri non ci mettano di fronte a un'emergenza. Cioè, i coltelli sfoderati a scuola non sono in numero tale da far correre tutti ai ripari, o almeno voglio sperarlo. Che però esista un tema di violenza esercitata per difendere un territorio, difendere l'orgoglio maschile, quello sì.

Per questo motivo tutti i rimedi che ho sentito proporre in queste ore da parte di chi ha ruoli decisionali – e penso all'inasprimento delle pene, penso appunto ai metal detector – mi sembrano non inutili ma fuori fuoco. È l'esempio che ho fatto io sui miei social: è come proibire il dentifricio e poi sventolare il trapano dal dentista come minaccia. È come nascondere la polvere sotto il tappeto: dove la polvere è un tema di educazione ai sentimenti. Purtroppo questo governo si è espresso in maniera piuttosto chiara rispetto al tema, dicendo a più riprese che l'educazione sessuo-affettiva non è di competenza della scuola, ma delle famiglie. Beh, se questi sono i risultati, devo dire che forse molte famiglie non sono poi così in grado di esercitarla a dovere. Bisogna guardare in faccia la realtà e constatare che ci sono famiglie dove un certo tipo di educazione è assente, e i valori che vengono trasmessi ai figli sono proprio quei valori di possesso di maschio dominante, maschio alfa. Se non lo fa la scuola, che è l'ultimo baluardo di democrazia prima del mondo adulto, chi lo può fare?».

Se il metal detector non è la soluzione, come si possono rassicurare le famiglie che oggi vivono con ansia l’aumento della violenza tra i giovani?

«Se il rimedio è il metal detector, mi spiace dirlo, ma è evidente che è stato proposto da persone incompetenti, cioè da persone che non sanno come è fatto un adolescente. Punto primo: un adolescente un modo per far entrare un'arma, se proprio vuole, lo trova. Metal detector o no, l'arma entra a scuola e non c'è problema. Punto secondo: il cervello di un adolescente smette di reggersi sulla logica e il raginamento nei momenti di rabbia e di frustrazione. Ci sono quei cinque minuti in cui il sangue non arriva alla testa, in cui non esiste razionalità, calcolo o deterrenza. Non esiste il: "Beh, la pena è più aspra, allora sto buono perché sennò vado in carcere".

Sono ragazzi che in certi momenti perdono talmente tanto il controllo da arrivare a mettere le mani addosso agli insegnanti. Sono ragazzi che soffrono di incapacità di verbalizzare le emozioni, di esercitare su di loro un controllo, di governare i propri impulsi. Non c'è pena o metal detector che tenga: solo la prevenzione, che si può fare solo attraverso una costante educazione ai sentimenti. Quindi, se il rimedio è solo inasprire le pene e aumentare i controlli, spiace dirlo, ma non servirà a niente, solo a fare propaganda e a dare l’illusione della sicurezza. Per quanto riguarda i genitori che vorrebbero essere tranquillizzati, quello che posso dire è che non sono fenomeni così numericamente importanti da farti temere di aver paura a mandare tuo figlio a scuola. La risonanza della notizia rischia di alterare la percezione del pericolo. E a tutti loro vorrei però dire che il vero pericolo non è l'accoltellamento: vi dovete preoccupare del fatto che i vostri figli e le vostre figlie vadano in classe con studenti convinti che "Se sei la mia ragazza per uscire devi chiedermi il permesso" o “Se stiamo insieme nessuno deve osare pubblicare foto con te”. Di questo vi dovete preoccupare, non dei coltelli. I coltelli arrivano dopo».