“Non esiste. Che in una classe italiana a sentirsi in un angolo siano i bambini italiani perché sono diventati una minoranza. Non si può fare”. Lo dice con tono stentoreo Giorgia Meloni, dal pulpito e in mezzo agli applausi scroscianti mentre sostiene la necessità di una legge per fissare il tetto del 30 percento per gli alunni stranieri nelle classi italiane.

Così con tutta la dolcezza e la fermezza dei suoi 12 anni ha scelto di risponderle Lina una ragazzina cresciuta in Italia di origini marocchine. «Presidentessa Meloni, io non voglio prendere il posto di nessuno» afferma dalla sua cameretta in un video condiviso da suo padre per sua esplicita richiesta. Perché, in fondo, chi meglio di lei sa cosa vuol dire “alunno straniero per classe”.

«Voglio stare al mio banco accanto ai miei compagni. Mi chiamo Lina e ho 12 anni. Frequento la seconda media a Torino. Ho sentito le sue parole sui bambini italiani che non devono sentirsi in un angolo perché sono diventati una minoranza. Sono d’accordo che nessuno debba sentirsi in un angolo, ma nessuno davvero. Nemmeno un bambino appena arrivato, nemmeno un bambino che ha un cognome straniero come me. Nemmeno chi sta ancora imparando l’italiano».

E poi racconta la sua esperienza: «Nella mia classe ci sono ragazzi con origini diverse. Io li chiamo compagni. So che abbiamo storie diverse, a volte anche lingue e religioni diverse ma quando penso a loro penso ai loro nomi, penso a come sono e penso a quello che facciamo insieme».

E ancora: «Da poco è arrivato un nuovo compagno. Parla solo francese e sta imparando l’italiano. Io e gli altri cerchiamo di aiutarlo, ma non è sempre facile capirci. Ma almeno ci proviamo. E mentre lui impara la nostra lingua anche noi possiamo imparare da lui. Per me questa è una delle cose belle della scuola e della multiculturalità».

Poi certo, come in tutti i percorsi, non è sempre tutto in discesa. «Ci sono le difficoltà, chi non capisce una spiegazione, chi rimane indietro e chi si sente solo. Non voglio dire che basti diventare amici per risolvere tutto. Servono i professori che abbiano il tempo di aiutarci».

Che poi cosa intendiamo per alunno straniero? Ed ecco la stoccata finale: «Ho letto che nelle scuole italiane circa 12 alunni su 100 non hanno la cittadinanza italiana e molti sono nati proprio qui. Li chiamate stranieri, ma sono cresciuti in Italia proprio come tutti noi. E se non hanno la cittadinanza è perché le leggi che voi potete cambiare non li riconoscono come italiani. Questo non significa che ogni classe sia uguale. Lei vuole mettere un limite agli alunni stranieri per classe, io vorrei capire una cosa: come si decide chi di noi è di troppo? Perché dietro a quel numero c’è qualcuno che ha già degli amici, qualcuno che magari finalmente ha smesso di sentirsi solo. Io non voglio che un mio compagno mi guardi e pensi che gli sto togliendo qualcosa. E non voglio guardare così lui. Possiamo litigare certo e lo facciamo, ma vorrei che fosse per qualcosa che abbiamo fatto non per il Paese da cui vengono i nostri genitori».

E conclude: «Presidentessa, venga ad ascoltarci. Ascolti anche i nostri professori. Ci chieda di che cosa abbiamo bisogno. Quando parlate di noi» e questa è un appello alla propria responsabilità «noi il giorno dopo entriamo in classe. Ci sediamo l’uno accanto all’altro. Vorrei che le vostre parole ci aiutassero a stare bene insieme. Io non voglio prendere il posto di nessuno. Vorrei che a scuola ci fosse posto per tutti».

Grazie Lina, perché se a scuola cresciamo i cittadini del futuro allora la scuola sta davvero facendo un ottimo lavoro.