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Diciamoci la verità... Metà dei bambini di una qualsiasi classe sarebbe ben più felice di avere la dieta in bianco, ovvero - di solito - pasta con l’olio e fettina di pollo, piuttosto che essere costretta a mangiare le proposte fantasiose, articolate ma decisamente meno in linea con i gusti semplici e “monocromi” dei più piccoli.
Ma, c’è un grande ma: può essere questa la scelta di un’amministrazione per “punire” i genitori che non pagano la retta? Eppure è quello che successo a Mortara, piccolo paese nel pavese, dove il sindaco ha deciso di somministrare una trentina di pasti «senza sughetto» perché le famiglie, per lo più di origine straniera, non erano in regola con il pagamento.
Senza considerare che quel piatto di pasta con l’olio diventa uno stigma sociale di fronte agli altri compagni di classe, che va a punire tra l’altro chi responsabilità proprio non ne ha. Il primo cittadino, con gli organi di stampa locale, ha difeso in questo modo la sua scelta: «Così i piccoli lo notano e ne parlano a casa, molti hanno già saldato».
Ben consapevole, per altro, che i bambini coinvolti ci restano male. E ben sapendo che la decisione di dividere gli alunni a tavola fa esplodere le polemiche. La misura, individuata dal sindaco del pavese, scatta per chi supera i 150 euro di arretrati. Poi, certo, l’amministrazione ha previsto, passando per i servizi sociali, delle quote di gratuità per chi fa fatica.
Detto questo e nonostante l’intervento stia dando i suoi frutti, resta l’aspetto pedagogico e sociale di questa decisione: a scuola non si educa mai umiliando. Il debito della famiglia non può diventare il debito del bambino, né il suo piatto può trasformarsi in un messaggio rivolto agli adulti. Perché a tavola, insieme ai compagni, non ci sono genitori morosi o puntuali: ci sono bambini che hanno tutti lo stesso diritto a sentirsi parte della comunità.
La mensa, infatti, oltre a essere il luogo dove sfamarsi è anche un luogo educativo. E lo sa bene chi insegna e gestisce la sua classe durante la pausa pranzo. È il posto in cui si impara a stare insieme, a conoscere cibi nuovi, ad aspettare, rispettarsi e a condividere. E proprio per questo dovrebbe essere uno degli spazi in cui le differenze sociali si attenuano, non quello in cui diventano visibili e finiscono sul piatto.
Chiedere alle famiglie di saldare quanto dovuto è legittimo. Trovare soluzioni per chi non può farlo è doveroso. Usare, invece, il bambino come messaggero del debito rischia di confondere la responsabilità con la colpa e l’educazione con la punizione. Allora forse è proprio questa la domanda che dovrebbe restare da questa vicenda che speriamo si concluderà in fretta e nel modo migliore: che cosa vogliamo insegnare ai nostri bambini quando si siedono a tavola con i loro compagni?









