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Cari amici lettori, fa molta impressione vedere il portone del Santo Sepolcro sigillato in questi giorni pasquali e l’accesso impedito al patriarca latino di Gerusalemme persino nella domenica delle Palme, quando in tempi normali vi si sarebbero svolti i riti della Settimana Santa. Giustamente, la decisione del governo israeliano ha suscitato lo sdegno internazionale. E se politicamente appare come una decisione assai discutibile, spiritualmente stride con i Vangeli di Pasqua, in cui leggiamo che le donne al sepolcro di Gesù per i riti funebri «osservarono che la pietra era già stata fatta rotolare, benché fosse molto grande» (Marco 16,4).
Sì, le Scritture ci parlano di pietre rotolate, di incontri sconvolgenti al sepolcro e di apparizioni, mentre il nostro presente, fatto di inquietanti cronache quotidiane su conflitti internazionali, sembra andare in direzione opposta alla Buona Notizia evangelica.
In proposito colpisce l’affermazione di un biblista, che è tutta da meditare in questi giorni di Pasqua: «Non sono cristiano perché credo nella risurrezione; ma poiché credo nella risurrezione, sono cristiano» (Mateo Bautista). Credere nella risurrezione è il dato originario, fondante della nostra fede, che non dipende dai “fatti del giorno”. E che diventa il fondamento del nostro vivere da cristiani, della nostra speranza, della nostra testimonianza.
Come quella dei cristiani del Libano che, pur provati dalla precarietà, vivono con semplicità la loro fede e, anzi, testimoniano l’accoglienza di tanti profughi, spesso musulmani, offrendo loro aiuto, sostegno, vicinanza. Una testimonianza, come ci racconta padre Jean Fatah, su Credere 14/2026 in edicola questa settimana, che spesso colpisce e interroga su chi sia questo Gesù e perché i cristiani siano così miti e pronti all’aiuto verso chiunque.
Un’altra affermazione, nel servizio su Paolo Pomata, ci fa riflettere. Raccontando la sua esperienza di fede, che ha visto vacillare di fronte ai forti scossoni che la vita gli ha riservato, e il suo incontro con il Signore, afferma: «È stata quasi un’epifania: il Signore si è fatto presente e ci ha accompagnati in modo discreto ma reale».
È un’esperienza simile, in fondo, a quella fatta dai discepoli di Gesù con le sue apparizioni: in forma misteriosa, difficile da esprimere a parole trattandosi di un mistero divino, essi fanno esperienza che Cristo è vivo e viene loro incontro. È una presenza inafferrabile, colta a fatica, di cui si percepiscono come dei barlumi, eppure reale, una certezza insopprimibile, un po’ come quelle esperienze che facciamo ogni tanto nella vita da credenti, quando ci accorgiamo del “passaggio di Dio” nella nostra vita.


È questo l’augurio che, insieme a tutta la redazione di Credere, desidero farvi, cari amici lettori: che questo tempo pasquale ci aiuti a cogliere, nella trama di una storia ferita dal male e dall’ingiustizia, la presenza viva di Cristo risorto.
È l’esperienza trasmessaci da san Paolo, il paradigma dell’esperienza cristiana di ogni tempo: «Non vivo più io, ma Cristo vive in me. E questa vita, che io vivo nel corpo, la vivo nella fede del Figlio di Dio, che mi ha amato e ha consegnato se stesso per me».
In collaborazione con Credere
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