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C’è una maternità che non si misura soltanto nella cura quotidiana, nei gesti ripetuti dell’amore familiare o nella dedizione silenziosa che tiene insieme una casa. Esiste anche una maternità che attraversa il dolore più feroce senza lasciarsi consumare dall’odio. Una maternità che continua a generare vita persino quando la vita sembra aver inferto il colpo più ingiusto. È questo il volto che emerge dalle storie delle “Donne di Rita” 2026, presentate dal Monastero di Santa Rita da Cascia in occasione della Festa della mamma.
Tre donne – Fannì Curi, Lucia Di Mauro e Mirna Pompili – accomunate da ferite profonde e da una scelta radicale: non permettere al dolore di trasformarsi in rancore. Le loro vicende saranno celebrate ufficialmente il 21 maggio a Cascia, alla vigilia della festa di Santa Rita da Cascia, la santa dei casi impossibili, donna anch’essa segnata dalla perdita, dalla violenza e dal lutto, ma capace di fare della sofferenza un cammino di riconciliazione.
«In queste donne e madri ritroviamo il volto più autentico di Santa Rita», spiega la Badessa del monastero. «Donne che hanno conosciuto il dolore più profondo e che proprio lì dove tutto sembrava perduto hanno scelto di generare ancora speranza e amore».
La storia di Fannì Curi è quella di una madre che ha accompagnato il figlio Luca nella malattia fin dalla nascita. Il bambino, affetto da una grave patologia cardiaca, ha affrontato numerosi interventi prima di morire. Un’esperienza che avrebbe potuto spezzare definitivamente una famiglia. E invece Fannì, insieme al marito Sante, ha trasformato quel dolore in prossimità verso gli altri: il volontariato accanto ai senzatetto, il sostegno alle prostitute di strada, l’aiuto ai genitori che hanno perso un figlio. A segnare il suo cammino anche una seconda ferita, scoperta in età adulta: la verità sulla propria adozione. Non l’abbandono, ma l’impossibilità della madre biologica di tenerla con sé. Una verità che ha aperto un percorso di riconciliazione interiore. «Tutto l’amore che non ho avuto, sento di doverlo dare», racconta.
C’è poi la vicenda di Lucia Di Mauro, vedova di una guardia giurata uccisa da quattro ragazzi. Una tragedia che normalmente alimenterebbe soltanto desiderio di vendetta. E invece Lucia sceglie di incontrare uno dei responsabili, il più giovane, detenuto in carcere minorile. Da quell’incontro nasce una relazione umana inattesa, favorita anche dall’intuizione educativa di un direttore del carcere e dall’accompagnamento di don Luigi Ciotti. Lucia decide di non fermarsi all’odio e continua ancora oggi a seguire il cammino di quel ragazzo. Una scelta che interroga profondamente la cultura contemporanea, spesso incapace di concepire il perdono senza confonderlo con la debolezza.
Infine Mirna Pompili. Dopo la morte della figlia Camilla in un incidente stradale, sente il bisogno di rassicurare la donna coinvolta nella tragedia. Non vuole che il dolore generi altro dolore. Dice a quella persona che il suo cuore non è abitato dal rancore. Un gesto che diventa, per entrambe, l’inizio di un cammino spirituale condiviso, fatto di fede ritrovata, preghiera e ricerca di senso.
Tre storie diversissime, ma unite da un filo comune: la capacità di spezzare la catena dell’odio. Ed è forse questo il messaggio più controcorrente che arriva dalla Festa della mamma 2026. In un tempo segnato da conflitti, aggressività sociale e polarizzazioni, il perdono appare quasi scandaloso. Eppure queste donne dimostrano che non significa cancellare il male subito, ma impedire che il male abbia l’ultima parola.
Dal monastero umbro arriva anche un segnale concreto di attenzione alle fragilità. La Fondazione Santa Rita da Cascia ETS ha annunciato infatti la nascita dell’Oasi Santa Rita a Porto Recanati: una struttura non profit dedicata alle persone con disabilità e alle loro famiglie. Un progetto che punta non soltanto all’accessibilità, ma a un vero cambiamento culturale: considerare il tempo libero, la vacanza, la bellezza e le relazioni non privilegi per pochi, ma diritti di tutti. L’investimento previsto supera i 2,4 milioni di euro.
Così, accanto alle storie delle “Donne di Rita”, prende forma anche un’idea concreta di comunità: un luogo in cui la fragilità non venga nascosta o compatita, ma accolta come parte della vita. Proprio come insegna, da secoli, la storia di Rita da Cascia. Una donna che conobbe il dolore eppure continuò ostinatamente a credere che il bene fosse ancora possibile.











