Dopo l’approvazione della legge regionale del Veneto sul suicidio medicalmente assistito, il vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla, richiama al centro della riflessione una parola semplice e insieme esigente: restare. Restare accanto a chi soffre, a chi è malato, a chi affronta l’ultimo tratto della propria vita. Non per offrire risposte facili o pretendere di cancellare il dolore, ma per custodire la persona nella sua fragilità e nella sua dignità.

«Nell’orto degli ulivi Gesù non chiede ai suoi discepoli di essere risparmiato. Chiede una cosa più piccola e insieme più difficile: di restare svegli accanto a lui», osserva il vescovo. È una richiesta che, secondo Cipolla, «sale – quasi sempre inespressa – dal letto di chi soffre o sta per morire». E quella domanda non chiede anzitutto spiegazioni, protocolli o soluzioni: «chiede che qualcuno rimanga».

È da qui che parte la riflessione del vescovo di Padova dopo il voto del Consiglio regionale del Veneto. Una riflessione che non ignora la complessità del tema del fine vita e la possibile distanza tra una norma civile e la morale cristiana, ma che invita a non perdere di vista la persona concreta e il dovere di accompagnarla.

«Accompagnare l’ultimo tratto di una vita – prosegue monsignor Cipolla – significa prendere sul serio questa richiesta. Non è un compito residuale, ciò che resta da fare quando la medicina ha esaurito le sue possibilità. È una delle forme più alte della carità cristiana, perché tocca il punto in cui la persona è più esposta: quando non produce nulla, non decide quasi più niente, dipende in tutto dagli altri».

È proprio nella condizione di maggiore fragilità, osserva il vescovo, che si misura il modo in cui una società guarda alla dignità umana. «Qui si gioca una questione di fede prima ancora che di etica». Viviamo infatti, sottolinea, «un tempo in cui si misura silenziosamente il valore di ciascuno sulla base delle sue prestazioni».

Un criterio che, secondo Cipolla, viene radicalmente messo in discussione dalla malattia inguaribile. Richiamando la Magnifica humanitas di papa Leone XIV, il vescovo ricorda come il documento indichi «come particolarmente insidiosa proprio l’idea che una persona debba guadagnarsi o giustificare il proprio valore» (n. 51).

«La malattia inguaribile sembra la smentita di tutto questo. E invece la dignità non dipende dalle capacità che si possiedono, dal ruolo che si ricopre, dalle scelte riuscite o sbagliate che si sono compiute: la precede e la eccede, perché è dono di Dio. Nessun fallimento, nessuna umiliazione, nemmeno quella della dipendenza totale, può intaccarla» (n. 53).

Da questa convinzione nasce una precisa responsabilità pastorale e, insieme, una diversa idea della cura. «Edificare nel bene – scrive il papa – significa “accettare il limite e la fragilità dell’umanità senza considerarli un errore da correggere”» (n. 12).

Per Cipolla, dunque, «la fragilità non è un guasto da cancellare il prima possibile: è la condizione in cui la vita si rivela per quello che è sempre stata, affidata».

E allora curare non significa necessariamente guarire. Significa soprattutto non lasciare sola la persona quando la guarigione non è più possibile. «Curare, allora, non è rimuovere il limite, ma custodire chi lo porta: con la terapia del dolore, con le cure palliative, con la fedeltà nascosta di chi assiste in casa un familiare, giorno dopo giorno, senza che nessuno lo veda».

È qui che, nella riflessione del vescovo, le cure palliative assumono un significato che va oltre la dimensione strettamente sanitaria. Sono una forma concreta di accompagnamento, perché restituiscono alla persona malata ciò che il dolore e la solitudine rischiano di sottrarle: la consapevolezza di non essere un peso, di non essere sola, di avere ancora un posto nella comunità.

«Siamo creati a immagine di un Dio che è comunione, e nessuno si salva da solo», afferma Cipolla. Per questo «il morire non è mai una faccenda privata, di libertà, di scelte personali: riguarda la famiglia, gli amici, la comunità cristiana e civile».

Da qui anche l’appello a una comunità capace di farsi prossima prima che arrivi il momento dell’ultimo saluto. «La visita a un malato, il silenzio accanto ad un letto, una mano tenuta, la Parola letta a voce bassa, l’unzione degli infermi e il viatico non sono gesti accessori: sono il modo in cui il Signore continua a farsi prossimo».

Una prossimità che, avverte il vescovo, non può cominciare soltanto quando la morte è ormai vicina. «Una comunità è chiamata a conoscere i suoi malati molto prima del giorno del funerale».

Il riferimento finale torna al Vangelo e alla scena della croce. «Cristo non ci ha risparmiato la morte: l’ha abitata. E sotto la croce Maria non ha detto nulla, stava».

Il Vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla
Il Vescovo di Padova, monsignor Claudio Cipolla

È questo, per Cipolla, il gesto forse più difficile e più necessario davanti alla sofferenza: non fuggire, non pretendere sempre di risolvere, ma esserci. «Il verbo della fede, in queste ore, non è fare, ma restare».

Perché accompagnare una persona nell’ultimo tratto della sua vita significa, prima ancora di qualsiasi risposta, continuare a riconoscerne il valore. «Accompagnare qualcuno a vivere fino in fondo, con dignità, significa dirgli – più con la presenza che con le parole – che la sua vita è ancora attesa: da noi e da Dio».