La notizia arriva da Alfonsine, in provincia di Ravenna, e lascia sconcertati. Un’impresa di pompe funebri, in occasione di Halloween, ha pensato bene di invitare le persone a provare una bara, come fosse un divano esposto in un negozio di arredamento. Un’esperienza aperta anche ai bambini. Una trovata pubblicitaria di pessimo gusto, pensata per incuriosire, stupire e far parlare di sé. E, a giudicare dall’attenzione mediatica, l’obiettivo è stato raggiunto.

Ma davvero siamo arrivati al punto di trasformare persino una bara in un’attrazione? E soprattutto, che cosa ci sarebbe di divertente? Qualcuno potrebbe obiettare che si tratta soltanto di un modo per esorcizzare la paura di morire. È vero che l’ironia può aiutarci ad affrontare ciò che ci spaventa. Anche nelle situazioni più drammatiche, un sorriso può diventare una risorsa preziosa. Ma una cosa è sorridere della nostra fragilità, un’altra trasformare un simbolo del lutto in uno strumento di promozione commerciale.

L’episodio racconta però qualcosa di importante della società in cui viviamo, dove tutto sembra dover diventare spettacolo, provocazione, occasione per conquistare qualche minuto di visibilità. Purché se ne parli, va bene tutto. Eppure, non tutto ciò che suscita curiosità è intelligente, né tutto ciò che attira l’attenzione merita di essere applaudito. Esiste anche un senso della misura, che non è moralismo, ma rispetto per le persone e per le esperienze più profonde della vita.

Colpisce, in particolare, il coinvolgimento dei bambini. Non perché debbano essere tenuti all’oscuro della morte, quasi fosse un argomento proibito. Al contrario, hanno bisogno di adulti capaci di parlarne con sincerità, senza spaventarli e senza inventare consolazioni ingannevoli. Ma giocare dentro una bara non significa educare ad affrontare il mistero della vita e della sua conclusione. Significa, semmai, confondere la curiosità con la comprensione.

C’è poi una contraddizione che dovrebbe interrogarci. Da una parte cerchiamo di allontanare la morte dalla nostra quotidianità, facciamo fatica a stare accanto a chi soffre, spesso non sappiamo trovare le parole per consolare chi ha perso una persona cara. Dall’altra, siamo pronti a trasformarla in un gioco. Sarebbe certamente più utile recuperare la capacità di accompagnare, ascoltare, condividere il dolore.

Il Vangelo ci consegna un’immagine straordinaria: Gesù che piange davanti alla tomba dell’amico Lazzaro. Il Figlio di Dio non nasconde le lacrime, non minimizza la sofferenza. La attraversa con tutta la sua umanità. E proprio lì annuncia: «Io sono la risurrezione e la vita». La speranza cristiana nasce da questa promessa e contraddice la pretesa di cancellare la paura con uno scherzo.

Non abbiamo bisogno di giocare a morire per imparare a vivere. Abbiamo bisogno di riscoprire il valore di ogni giorno, di prenderci cura di chi soffre, di custodire i legami e gli affetti. Perché la risposta più autentica alla paura della morte non è una trovata pubblicitaria, ma una vita vissuta nell’amore. Con la fiducia, per chi crede, che neppure l’ultimo saluto sia davvero l’ultima parola.