Il freddo di una foresta. Il cielo terso sopra gli alti alberi. Una coltre di neve che si distende tutto attorno. È questo il magnifico scenario in cui è calato un piccolo santuario mariano, una sorta di edicola-torretta, dalla dedicazione decisamente originale: “Nostra Signora di tutte le magliaie”, “Nostra Signora dell’uncinetto”, o “Nostra Signora del lavoro a maglia”. Sono tutte varianti del titolo con cui i fedeli venerano il simulacro nel tempio al confine tra la Repubblica Ceca e la Polonia.

Sorge, più precisamente, sulla strada da Lądek-Zdrój a Český Javorník. Si tratta di una statua che raffigura Maria intenta a lavorare a maglia. Una raffigurazione, fra l’altro, già piuttosto diffusa nel Medioevo. Zdeňka Morávková, 44 anni, artista ed educatrice di nazionalità ceca, ha avuto l’ispirazione di far rivivere quest’iconografia dopo secoli in cui era caduta in disuso.

Ma non si tratta di semplice estro creativo, ha giocato il suo ruolo soprattutto l’amore per la Vergine e la fede, che anima la comunità di questa zona.

Chi si trova di fronte a questa scultura sembra imbattersi davvero davanti una Madre che si prodiga per i figli, preparando con le sue mani per loro anche degli indumenti. Quasi un simbolo di come e quanto Maria cucia nei nostri animi quella trama e quella veste luminosa che ci unisce a Gesù.

La statua, da questo punto di vista, ha esercitato un immediato richiamo nei devoti, che, ispirati dalle sue fattezze, hanno cominciato a portare qui pezzi di tessuto lavorato a maglia, ferri e uncinetti, fino ad avvolgerne completamente la figura della Vergine, come in una sorta di “manto d’affetto”, che commuove a prima vista e lascia senza parole. Un silenzio in armonia con la quiete che si vive in questi luoghi. Proprio colpiti dalla peculiarità di questo “angolo di Paradiso”, abbiamo intervistato Zdeňka Morávková, il cui lavoro umile e silenzioso, assieme a tutto un gruppo di donne, è stato determinante per crearlo.

Com’è nata l’idea di questa particolare raffigurazione della Vergine?

«L’opera è ambientata nell’ex Sudeti, una regione al confine con la Repubblica Ceca, dove, prima della Seconda guerra mondiale, viveva una numerosa popolazione di lingua tedesca: circa 3 milioni di persone. Dopo il conflitto e l’espulsione forzata degli abitanti, molti villaggi, luoghi sacri e monumenti furono abbandonati o distrutti. Uno di questi luoghi è l’antico insediamento di Zálesí (ex Waldeck). A un incrocio sorgevano delle cappelle funerarie (in lingua ceca, Boží muka) danneggiate, i cui costruttori e la cui iconografia originale non sono rintracciabili. Assieme alle donne del posto, desideravamo restaurare questo sito, ma poiché non era sopravvissuta alcuna documentazione storica, abbiamo dovuto cercare una nuova forma espressiva. Come gruppo di donne, abbiamo pensato spontaneamente a Maria. Per noi, Lei è Madre e incarna l’amore, la cura e la silenziosa perseveranza: qualità di cui questo paesaggio ferito ha urgente bisogno per il suo rinnovamento. La raffigurazione della Madonna è quindi nata non come una ricostruzione del passato, ma come un atto di cura, preghiera e speranza a un tempo».

Di che materiale è fatto l’edificio?

«Sorge lungo la strada e poggia su una base di pietra. Le pareti sono rivestite da “mattonelle” di tessuto lavorato all’uncinetto, realizzate dai membri del nostro team e cucite insieme nel tempo. Hanno partecipato anche donne di altre regioni, spedendo i loro pezzi per posta, così che il lavoro è gradualmente diventato un gesto condiviso e transregionale. Nella nicchia superiore si trova una statua della Madonna in ceramica. È raffigurata mentre lavora con i ferri da maglia tra le mani. Si tratta di un’opera della scultrice Iva Svobodová».

Qual è il suo rapporto personale con Maria?

«La Vergine per me è soprattutto amore, cura e presenza silenziosa. Vivo in un villaggio con pochi abitanti, in un paesaggio segnato dall’assenza. Le passeggiate regolari nella foresta circostante fanno parte della mia vita quotidiana; sono una forma di meditazione e silenzio. In questo contesto, Maria non è distante o monumentale. È vicina, attenta e attiva, accompagnando la quotidianità e la lenta guarigione spirituale delle persone del luogo».

Perché un’edicola proprio in una foresta?

«In origine, quest’area non era ricoperta da foreste. Dopo il declino e la scomparsa della maggior parte degli insediamenti, la natura ha gradualmente ripreso possesso del territorio e il paesaggio è diventato più boscoso. La foresta, quindi, è un segno visibile di perdita, ma anche di rinnovamento. Collocare la statua qui riflette questa trasformazione e riconosce la realtà attuale del luogo».

Quante persone pregano davanti a quest’effigie? Vi si celebrano Sante Messe?

«Il tempietto è visitato da molti fedeli provenienti dalla Repubblica Ceca e dalla Polonia, distante da qui solo una decina di chilometri. Le persone vengono da sole o in coppia per pregare, accendere candele e trascorrere del tempo pregando o meditando in silenzio. Le Messe non vengono celebrate con regolarità, ma solo in alcune occasioni. È un luogo destinato prevalentemente all’orazione, alla contemplazione, meta di pellegrinaggi».

Può raccontarci qualche aneddoto sul simulacro?

«Non si tratta di un episodio, ma del particolare sentimento che accende. Per me, sia il luogo, sia la statua simboleggiano un nuovo legame tra le persone che si sono insediate in questa regione e desiderano prendersene cura. Molti visitatori portano i propri lavori a maglia o all’uncinetto e li lasciano qui, facendoli diventare così parte dell’opera. Questa partecipazione continua ha trasformato il tempio in un atto vivo e comunitario di fede e cura. Tutti ci sentiamo, così, accanto alla Vergine Maria».