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Sono le luci calde di una domenica di fine agosto, quella che sui calendari liturgici segna ancora l'estate ma che nell'aria di Castel Gandolfo porta già l'odore dell'autunno che avanza. Papa Leone XIV si affaccia dalla finestra del Palazzo Apostolico, e le sue parole, oggi, hanno il peso di chi guarda insieme al cielo e alla terra: da un lato il Vangelo che racconta di un Messia che deve morire, dall'altro un mondo che in questi giorni di fine estate 2026 continua a contare le sue vittime, tra le montagne dell'Himalaya e le colline sopra Port-au-Prince.
Il commento al Vangelo del giorno - il capitolo sedicesimo di Matteo, quello in cui Gesù annuncia per la prima volta ai suoi discepoli che dovrà andare a Gerusalemme, soffrire, essere ucciso e risorgere il terzo giorno - è il cuore teologico della riflessione domenicale. Ma è anche, nelle parole del Pontefice, uno specchio in cui ciascun credente può guardarsi. Pietro, che poco prima ha professato la sua fede riconoscendo in Gesù il Cristo, il Figlio del Dio vivente, si ritrova ora spiazzato, quasi tradito nelle sue attese. "Dio non voglia, Signore, questo non ti accadrà mai", dice, rimproverando il Maestro. È il gesto di chi ama sinceramente, spiega Leone XIV, ma non ha ancora compreso che la salvezza del mondo non passa per la potenza bensì per la croce.


In questo scarto tra ciò che si vorrebbe da Dio e ciò che Dio effettivamente propone, il Papa individua una lezione che attraversa i secoli e arriva dritta a oggi: non è sempre facile capire e accettare le vie di Dio, specialmente quando sono molto lontane dalle nostre. È una frase che, pronunciata in un'estate di alluvioni, stragi e migrazioni forzate, suona meno come esercizio esegetico e più come una confessione condivisa con la piazza. Da Pietro il Pontefice trae un duplice insegnamento: non interrompere mai il dialogo con Dio, portandogli con fiducia anche l'incomprensione; e insieme non giudicare mai il suo agire, ma ascoltarlo nella preghiera con umiltà, anche - anzi soprattutto - quando disattende le previsioni umane. Una docilità che Pietro conquisterà solo nel tempo, fino al martirio finale, fedele alle parole di Cristo che ha riconosciuto come suo redentore per tutta l'esistenza.
Poi la voce del Papa cambia registro, e con essa cambia geografia. Dal Vangelo si passa alla cronaca, dalla teologia alla carne viva della storia. Le prime parole sono per Haiti, per notizie drammatiche di un grave massacro: il riferimento, pur senza essere nominato per esteso nell'Angelus, è alla mattanza compiuta nei giorni scorsi a Kenscoff, la cittadina agricola arroccata sulle colline sopra Port-au-Prince, dove secondo i bilanci diffusi in questi giorni dalle agenzie internazionali le vittime accertate sono decine, con altrettante persone ancora nelle mani delle bande armate e migliaia di sfollati. Leone XIV chiede che vengano rilasciati senza indugio tutti gli ostaggi e rivolge un accorato appello ai responsabili affinché si impegnino concretamente per garantire la sicurezza della popolazione e porre fine a ogni forma di violenza. Parole misurate, quasi sommesse, ma che arrivano in un momento in cui il Consiglio di sicurezza dell'ONU discute apertamente della perdita di controllo dello Stato haitiano su larga parte del territorio, mentre il Paese si prepara, tra macerie e paura, alle prime elezioni generali in oltre un decennio.


Poche righe più avanti il pensiero del Papa attraversa mezzo mondo per fermarsi tra Nepal e Tibet, dove un'alluvione improvvisa, scatenata secondo le prime ricostruzioni degli esperti dal collasso di una massa glaciale in alta quota, ha travolto interi villaggi lungo il confine himalayano, lasciando dietro di sé centinaia di morti e migliaia di dispersi, tra cui numerosi stranieri in trekking verso i luoghi di pellegrinaggio della regione. È una tragedia di cui la Santa Sede si era già fatta carico nei giorni precedenti, con un contributo economico inviato tramite la Nunziatura apostolica e affidato a Caritas Nepal per le necessità più urgenti delle famiglie rimaste senza casa. Questa domenica il Papa rinnova la sua preghiera per chi ha perso la vita, per i feriti e i dispersi, per le famiglie e per i soccorritori, augurandosi che la sollecitudine di tutti possa alleviare le sofferenze e recare gli aiuti necessari a una popolazione già segnata da giorni durissimi.


C'è poi, cucito dentro lo stesso afflato, un richiamo alla pace che si fa quasi aforisma, mutuato da un'immagine di Sant'Agostino, la cui memoria liturgica è caduta proprio in questi giorni: la pace paragonata al pane della moltiplicazione, che cresceva nelle mani dei discepoli mentre lo spezzavano e lo distribuivano. Un'immagine che il Papa rilancia come augurio e come programma, perché nel mondo aumentino quanti con coraggio spezzano e distribuiscono il pane della pace, superando le divisioni, promuovendo la giustizia, praticando il perdono.
Segue, in un passaggio pronunciato in inglese, il richiamo alla Giornata mondiale di preghiera per la cura del creato, che apre quest'anno il cosiddetto Tempo del Creato osservato dalle Chiese cristiane di diverse denominazioni. Il tema scelto, l'acqua viva, risuona in modo quasi involontario con le cronache di questi giorni, tra i fiumi in piena dell'Himalaya e la fragilità di un pianeta che il Papa invita a custodire con una conversione del cuore, perché ciò che finora è stato usato per la distruzione possa invece essere orientato verso la vita.
Infine, come ogni domenica, la piazza riprende voce e volto: i saluti ai pellegrini di Castel Gandolfo, ai partecipanti della manifestazione benefica Run to Rome, ai giovani reduci dal cammino itinerante della Via Lucis, ai devoti della Madonna dei Miracoli di Corbetta, ai motociclisti riuniti per il loro raduno annuale. Un ringraziamento alle forze dell'ordine che hanno vegliato sul soggiorno estivo pontificio, prima del congedo affidato, come sempre, a Maria, che - ricorda il Papa chiudendo il cerchio aperto con il Vangelo di Pietro - è stata obbediente ai disegni di Dio fin sotto la croce del suo Figlio Gesù.
Tra un Vangelo che parla di croci da accettare e una cronaca fatta di alluvioni e massacri, l'Angelus di oggi restituisce l'immagine di una Chiesa che non separa la fede dalla storia: la stessa domanda che Pietro rivolge a Gesù duemila anni fa - perché il male, perché la sofferenza, perché non basta la potenza a salvare il mondo - è la domanda silenziosa che la piazza porta con sé mentre si scioglie sotto il sole di fine agosto, tra le notizie di Kenscoff e quelle del Bhote Koshi.










