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Praticamente nelle stesse ore in cui papa Leone chiamava a una pace «disarmata e disarmante» ricordando che Gesù «ha vinto l’odio e l’inimicizia con l’amore misericordioso di Dio» e che «nulla nasce dall’esibizione della forza», Donald Trump promuoveva un massiccio attacco sulla Nigeria scrivendo su X che, su suo ordine, «gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco letale e potente» contro i terroristi dell'Isis «che hanno preso di mira e ucciso brutalmente, soprattutto, cristiani innocenti». Il Pentagono, prosegue Trump, «ha eseguito numerosi attacchi perfetti».
E dunque, mentre il Pontefice, pur senza mai citare l’amministrazione americana, dice dei cristiani: «Non serviamo una parola prepotente – ne risuonano già dappertutto – ma una presenza che suscita il bene, ne conosce l’efficacia, non se ne arroga il monopolio» e chiede una Chiesa missionaria la cui strada è «verso l’altro», il presidente Usa mostra i muscoli e promette e attua attacchi militari in Nigeria come contro il Venezuela.
Se papa Leone promuove il multilateralismo e chiede di seguire, da cristiani, le orme di Gesù, che si «immedesima con ognuno di noi: con chi non ha più nulla e ha perso tutto, come gli abitanti di Gaza; con chi è in preda alla fame e alla povertà, come il popolo yemenita; con chi è in fuga dalla propria terra per cercare un futuro altrove, come i tanti rifugiati e migranti che attraversano il Mediterraneo o percorrono il Continente americano; con chi ha perso il lavoro e con chi lo cerca, come tanti giovani che faticano a trovare un impiego; con chi è sfruttato, come i troppi lavoratori sottopagati; con chi è in carcere e spesso vive in condizioni disumane», Trump insiste, nonostante lo stop ricevuto dai giudici federali, a inviare le truppe a Chicago per dare la caccia ai migranti. Continua ad attaccare l’Europa, le Nazioni Unite tutti gli organismi internazionali che promuovono il dialogo al posto della sola risposta armata.
Trump plaude alle sette, otto, nove – ogni giorno ne aggiunge una – guerre che avrebbe fermato, ma non pensa, come fa papa Leone «alle tende di Gaza, da settimane esposte alle piogge, al vento e al freddo, e a quelle di tanti altri profughi e rifugiati in ogni continente, o ai ripari di fortuna di migliaia di persone senza dimora, dentro le nostre città».
Tra l’apparente fragilità di un Bimbo appena nato – che, però, ci ricorda il Pontefice, ci dà la «potenza di diventare figli di Dio» - e il bullismo di chi usa anche la religione per mietere voti e consenso speriamo che, almeno a Natale, tutti sappiano quale strada percorrere per costruire una pace non effimera che consideri, sono sempre parole di papa Leone, quanti sono «spogliati della loro dignità e ridotti al silenzio». E che sproni all’impegno perché «la carne umana chiede cura, invoca accoglienza e riconoscimento, cerca mani capaci di tenerezza e menti disposte all’attenzione, desidera parole buone».
E, a proposito di Nigeria, mentre la sera del 24 dicembre una bomba in una moschea, nel Nord del Paese causava la morte di sette persone e il ferimento di altre 35, c’è da chiedersi, come fanno i comboniani di Nigrizia, se è proprio vero che si tratta di un conflitto religioso o non piuttosto di scontri etnici, economici, per l’accaparramento di risorse idriche e di terra.




