Dalla prigione di Giovanni il Battista alla gioia dell’Avvento, dalla sofferenza degli ultimi alla speranza che non delude. L’Angelus di Papa Leone, pronunciato in piazza San Pietro nella terza domenica di Avvento, detta Domenica Gaudete, è un invito netto a non smarrire la fiducia proprio quando la fede è messa alla prova e la realtà sembra smentire le attese.

Il Pontefice prende le mosse dal Vangelo del giorno, che conduce simbolicamente “in carcere” Giovanni il Battista, imprigionato a causa della sua predicazione. Eppure, sottolinea il Papa, la prigionia non spegne la profezia: «anche se in catene, resta una voce libera in cerca di verità e di giustizia». Dal buio della cella nasce una domanda che attraversa la storia e riguarda ogni credente: “Sei tu colui che deve venire o dobbiamo aspettarne un altro?”

È la domanda di chi cerca libertà e pace, di chi attende una salvezza concreta e non ideologica. La risposta di Gesù, ricorda Papa Leone, non è teorica né astratta: parla attraverso i fatti. A testimoniare chi è davvero il Messia sono i poveri, i malati, gli ultimi, coloro nei quali l’opera di Dio si rende visibile. «Il Cristo annuncia chi è attraverso quello che fa», afferma il Pontefice. E ciò che fa restituisce vita dove sembrava essersi spenta.

Nel cuore dell’Angelus risuona così l’elenco evangelico dei segni messianici: i ciechi vedono, i muti parlano, i sordi odono, i lebbrosi ritrovano dignità, persino i morti tornano alla vita. Non è un linguaggio simbolico fine a se stesso, ma la descrizione di un’azione di salvezza che tocca l’uomo nella sua interezza. «Quando Dio viene nel mondo, si vede», scandisce Papa Leone, ricordando che la parola di Gesù libera dalla “prigione dello sconforto e della sofferenza”.

Il Pontefice mette in guardia anche da ciò che rende l’uomo sordo alla verità: ideologie, apparenze, violenza e odio che tolgono la voce agli oppressi. Cristo, invece, restituisce parola e ascolto, guarisce lo sguardo e redime il cuore da un male che porta alla morte interiore. È qui che ogni profezia trova compimento.

In questo orizzonte si colloca l’invito rivolto ai discepoli nel tempo di Avvento: unire l’attesa del Salvatore all’attenzione per ciò che Dio sta già operando nel mondo. Solo così, spiega il Papa, si può sperimentare la «gioia della libertà che incontra il suo Salvatore». Non una gioia ingenua o evasiva, ma quella evocata dall’antifona paolina: «Gaudete in Domino sempre». È la gioia che sostiene soprattutto «nell’ora della prova, quando la vita sembra perdere senso».

Lo sguardo del Pontefice si allarga poi alla testimonianza dei martiri. Papa Leone ricorda con gratitudine le beatificazioni celebrate nei giorni scorsi in Spagna e a Parigi: sacerdoti, religiosi e laici uccisi “in odio alla fede” durante le persecuzioni del Novecento. Uomini e donne che hanno scelto di restare accanto alla propria gente e fedeli alla Chiesa, pagando con la vita. «Coraggiosi testimoni del Vangelo», li definisce, lodando il Signore per il loro esempio.

Non manca, infine, un accorato appello alla pace. Il Papa esprime «viva preoccupazione» per la ripresa degli scontri nella parte orientale della Repubblica Democratica del Congo, esortando le parti in conflitto a cessare la violenza e a intraprendere un dialogo autentico nel rispetto dei processi di pace. È un richiamo che lega la liturgia all’attualità, la fede alla responsabilità storica.

Affidando alla Vergine Maria – modello di attesa, attenzione e gioia – il cammino dell’Avvento, Papa Leone conclude invitando a condividere «con i poveri il pane e il Vangelo». Un binomio inseparabile, che traduce la gioia cristiana in gesti concreti e restituisce al mondo un segno visibile della speranza.

OMELIA DEL SANTO PADRE LEONE XIV nella Basilica di San Pietro per la III Domenica di Avvento, 14 dicembre 2025

Cari fratelli e sorelle, celebriamo oggi il Giubileo della speranza per il mondo carcerario, per i detenuti e per tutti coloro che si prendono cura della realtà penitenziaria. Con una scelta densa di significato, lo facciamo nella Terza domenica di Avvento, che la liturgia definisce “Gaudete!”, dalle parole con cui inizia l’Antifona d’ingresso della Santa Messa (cfr Fil 4,4). Questa, nell’Anno liturgico, è la domenica “della gioia”, che ci ricorda la dimensione luminosa dell’attesa: la fiducia che qualcosa di bello, di gioioso accadrà.

In proposito, il 26 dicembre dello scorso anno, Papa Francesco, aprendo la Porta Santa nella Chiesa del Padre nostro, nella Casa circondariale di Rebibbia, lanciava a tutti un invito: «Due cose vi dico – affermava –. Primo: la corda in mano, con l’àncora della speranza. Secondo: spalancate le porte del cuore». Facendo riferimento all’immagine di un’ancora lanciata verso l’eternità, al di là di ogni barriera di spazio e di tempo (cfr Eb 6,17-20), ci invitava a mantenere viva la fede nella vita che ci attende, e a credere sempre nella possibilità di un futuro migliore. Al tempo stesso, però, ci esortava a essere, con cuore generoso, operatori di giustizia e di carità negli ambienti in cui viviamo.

Mentre si avvicina la chiusura dell’Anno giubilare, dobbiamo riconoscere che, nonostante l’impegno di molti, anche nel mondo carcerario c’è ancora tanto da fare in questa direzione, e le parole del profeta Isaia che abbiamo ascoltato – «ritorneranno i riscattati dal Signore e verranno in Sion con giubilo» (Is 35,10) – ci ricordano che Dio è Colui che riscatta, che libera, e suonano come una missione importante e impegnativa per tutti noi. Certo, il carcere è un ambiente difficile e anche i migliori propositi vi possono incontrare tanti ostacoli. Proprio per questo, però, non bisogna stancarsi, scoraggiarsi o tirarsi indietro, ma andare avanti con tenacia, coraggio e spirito di collaborazione. Sono molti, infatti, a non comprendere ancora che da ogni caduta ci si deve poter rialzare, che nessun essere umano coincide con ciò che ha fatto e che la giustizia è sempre un processo di riparazione e di riconciliazione.

Quando però si custodiscono, pur in condizioni difficili, la bellezza dei sentimenti, la sensibilità, l’attenzione ai bisogni degli altri, il rispetto, la capacità di misericordia e di perdono, allora dal terreno duro della sofferenza e del peccato sbocciano fiori meravigliosi e anche tra le mura delle prigioni maturano gesti, progetti e incontri unici nella loro umanità. Si tratta di un lavoro sui propri sentimenti e pensieri necessario alle persone private della libertà, ma prima ancora a chi ha il grande onere di rappresentare presso di loro e per loro la giustizia. Il Giubileo è una chiamata alla conversione e proprio così è motivo di speranza e di gioia.

Per questo è importante guardare prima di tutto a Gesù, alla sua umanità, al suo Regno, in cui «i ciechi riacquistano la vista, gli zoppi camminano […], ai poveri è annunciato il Vangelo» (Mt 11,5), ricordando che, se a volte tali miracoli avvengono con interventi straordinari di Dio, più spesso essi sono affidati a noi, alla nostra compassione, all’attenzione, alla saggezza e alla responsabilità delle nostre comunità e delle nostre istituzioni.

E questo ci porta a un’altra dimensione della profezia che abbiamo ascoltato: l’impegno a promuovere in ogni ambiente – e oggi sottolineiamo particolarmente nelle carceri – una civiltà fondata su nuovi criteri, e ultimamente sulla carità, come diceva San Paolo VI alla conclusione dell’Anno giubilare del 1975: «Questa – la carità – vorrebbe essere, specialmente sul piano della vita pubblica, […] il principio della nuova ora di grazia e di buon volere, che il calendario della storia ci apre davanti: la civiltà dell’amore!» (Udienza generale, 31 dicembre 1975).

A tal fine Papa Francesco auspicava, in particolare, che si potessero concedere, per l’Anno santo, anche «forme di amnistia o di condono della pena volte ad aiutare le persone a recuperare fiducia in sé stesse e nella società» (Bolla Spes non confundit, 10), e ad offrire a tutti reali opportunità di reinserimento (cfr ibid.). Confido che in molti Paesi si dia seguito al suo desiderio. Il Giubileo, come sappiamo, nella sua origine biblica era proprio un anno di grazia in cui ad ognuno, in molti modi, si offriva la possibilità di ricominciare (cfr Lv 25,8-10).

Anche il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di questo. Giovanni il Battista, mentre predicava e battezzava, invitava il popolo a convertirsi e ad attraversare di nuovo, simbolicamente, il fiume, come al tempo di Giosuè (cfr Gs 3,17), per entrare in possesso della nuova “terra promessa”, cioè di un cuore riconciliato con Dio e con i fratelli. Ed è eloquente, in questo senso, la sua figura di profeta: era retto, austero, franco fino ad essere imprigionato per il coraggio delle sue parole – non era «una canna sbattuta dal vento» (Mt 11,7) –; eppure al tempo stesso era ricco di misericordia e di comprensione verso chi, sinceramente pentito, cercava con fatica di cambiare (cfr Lc 3,10-14).

Sant’Agostino, in proposito, in un suo famoso commento all’episodio evangelico dell’adultera perdonata (cfr Gv 8,1-11), conclude dicendo: «Partiti gli accusatori, sono state lasciate […] la misera e la misericordia. E a quella disse il Signore: […] va’ e non peccare più (Gv 8,10-11)» (Sermo 302, 14).

Carissimi, il compito che il Signore vi affida – a tutti, detenuti e responsabili del mondo carcerario – non è facile. I problemi da affrontare sono tanti. Pensiamo al sovraffollamento, all’impegno ancora insufficiente di garantire programmi educativi stabili di recupero e opportunità di lavoro. E non dimentichiamo, a livello più personale, il peso del passato, le ferite da medicare nel corpo e nel cuore, le delusioni, la pazienza infinita che ci vuole, con sé stessi e con gli altri, quando si intraprendono cammini di conversione, e la tentazione di arrendersi o di non perdonare più. Il Signore, però, al di là di tutto, continua a ripeterci che una sola è la cosa importante: che nessuno vada perduto (cfr Gv 6,39) e che tutti «siano salvati» (1Tm 2,4).

Che nessuno vada perduto! Che tutti siano salvati! Questo vuole il nostro Dio, questo è il suo Regno, a questo mira il suo agire nel mondo. Mentre si avvicina il Natale, vogliamo abbracciare anche noi, con ancora più forza, il suo sogno, costanti nel nostro impegno (cfr Gc 5,8) e fiduciosi. Perché sappiamo che anche di fronte alle sfide più grandi non siamo soli: il Signore è vicino (cfr Fil 4,5), cammina con noi e, con Lui al nostro fianco, sempre qualcosa di bello e gioioso accadrà.


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