Papa Leone durante la veglia con i giovani allo Stade de France in Saint-Denis, Francia (REUTERS)

Sono entusiasti i giovani che, allo Stade de France, accolgono papa Leone per la veglia. In ottantamila, dai 17 ai 35 anni, hanno riempito gli spalti. Ballano, cantano e pregano. I fuochi d’artificio, i cavalli che corrono, le bighe, i santi francesi rappresentati nei costumi e nelle ambientazioni d’epoca.

Fuochi d'artificio durante la veglia allo Stade de France, in Saint-Denis, Francia (REUTERS)

Arrivano da tutta la Francia: «dalle parrocchie e dai movimenti, dalle campagne e dalle periferie delle città», spiega subito il vescovo di Saint-Denis, monsignor Étienne Guillet dando il benvenuto a Prevost. «Sono liceali, studenti, giovani professionisti, single e giovani sposi», aggiunge sottolineando che li accomuna la sete di ascoltare una parola di speranza e il desiderio, non sempre facile, di irradiare di fede i luoghi in cui vivono. Il quartiere in cui ha sede lo stadio «è il più giovane e il più cosmopolita», una zona dove «i battezzati sono certamente una minoranza, ma animati da un grande desiderio di vivere la propria fede gettando ponti di fratellanza e costruendo la pace».

Qui circa il 36 per cento delle persone è al di sotto della soglia di povertà e si vive una forte emergenza abitativa e problemi legati alla precarietà del lavoro.

Leone XIV fa il giro in papa mobile allo Stade de France in Saint-Denis, Francia (REUTERS)

Eppure qui i giovani cercano la felicità e la gioia. Allo stadio hanno invitato i loro amici ebrei, musulmani, indù con cui «convivono quotidianamente». In questo mosaico il Papa intesse un dialogo con i giovani. Risponde a Chloé, 25 anni, studentessa in farmacologia, impegnata nei quartieri popolari dell’Île-de-France con La Cité Céleste, che chiede come coniugare la forza dell’annuncio missionario con l’autenticità della vita fraterna verso chi non condivide la fede. Papa Leone riprende la frase della ragazza che cita San Paolo, «Per me, vivere è Cristo», per dire che non è una semplice affermazione, ma «una vera e propria sintesi della sua vita». E aggiunge: «Il Signore non è indifferente verso di noi! Ecco ciò che conta e ci dà sempre speranza». E se è vero che molti sono indifferenti alla questioni di Dio è un problema anche che molti «siano indifferenti alla questione dell’uomo», sostiene il Pontefice. «Quanti offendono i poveri sprecando beni in modo vano. Quanti scartano l’innocente e il malato, pensando che ciascuno valga per ciò che produce». Tornare a Cristo, invece, significa anche tornare all’uomo. Il Vangelo è una buona notizia per tutti perché «non porta al conflitto, ma invita sempre al perdono» e «prepara alla pace».

A François, studente di agronomia e capo scout, parla invece dell’ansia e dell’incertezza che rendono fragile l’entusiasmo dei giovani. Il Pontefice non nasconde la realtà: «Sono stati d’animo molto diffusi, a causa della precarietà dei progetti sul futuro, della provvisorietà degli affetti e della fragilità delle relazioni». Ma c’è una via d’uscita perché «non esiste fallimento dal quale Dio non possa sollevarci». E invita a fare discernimento alla luce del Vangelo, attraverso «la preghiera e il servizio, l’adorazione e l’azione, il silenzio – quel silenzio così raro e così necessario – e l’annuncio». Il Papa incoraggia i giovani a cercare la propria vocazione, in particolare ad ascoltare la chiamata al sacerdozio. «Mi rivolgo a quelli tra voi – e sono numerosi qui stasera – che sentono la chiamata a seguire Gesù sulla via più stretta del sacerdozio o della vita consacrata», dice Leone. «La Chiesa in Francia ha tanto bisogno di voi! Prega per voi, vi aspetta. Cari amici, non abbiate paura di questa chiamata! Abbiate coraggio, abbiate fiducia in Gesù che vuole fare di voi i suoi amici più vicini: Egli non vi deluderà e sarà sempre al vostro fianco; la vostra vita sarà meravigliosamente bella e feconda».

Dopo la preghiera e il canto delle litanie dei Santi cala il silenzio sullo stadio. Ci si raccoglie davanti alle reliquie, la croce e la Santa Tunica, prima di leggere il Vangelo. Il Papa torna a parlare spiegando la Lettera di san Paolo a Timoteo e i tre verbi che usa: «evita, tendi, combatti». Il primo, innanzitutto: «Evita queste cose», cioè «orgoglio, vanità, violenza, avidità». Poi «tendi alla giustizia, alla pietà, alla fede, alla carità, alla pazienza, alla mitezza». Infine, «combatti» la buona battaglia della fede. E cita i santi che hanno plasmato la storia della Francia: dal beato Marcel Callo, giovane scout e operaio che nel campo di concentramento che «non ha mai smesso di tendere al bene», a santa Giovanna d’Arco, «una giovane che ha saputo combattere con audacia». Ma attenzione, avverte, «la lotta alla quale siamo chiamati è quella della fede, cioè l’impegno a vivere secondo il Vangelo, come discepoli di Gesù, il Figlio di Dio che fa di noi tutti fratelli e sorelle». Bisogna vincere le tentazioni di separarci da Cristo. Ma non siamo soli in questo cammino di santità, come dice anche l’esperienza della veglia in corso, ma anche tutti i momenti come le Giornate mondiali della gioventù. E poi i santi sono speciali alleati in questa strada, come, per esempio, santa Teresa del Bambino Gesù, dalla quale si può imparare «la sua “piccola via” dell’amore quotidiano, solido fondamento di ogni pace duratura».


E delle due reliquie, la Sacra Tunica di Argenteuil, la reliquia che la tradizione identifica con la veste indossata da Cristo durante la Passione e la croce, Leone, infine, dice: «L’una è quel che a Cristo è stato tolto; l’altra quel che a Cristo è stato donato». Infatti «Gesù è spogliato della sua tunica per rivestire noi con la veste bianca, lavata nel sangue dell’Agnello». La croce, così, da strumento di morte, diventa «segno di speranza». La tunica e la croce, conclude il Papa «rappresentano noi, noi Chiesa che nasce dalla vita di Dio donata al mondo. Cari giovani, per crescere in santità e cambiare in meglio la nostra società, siate luminosi testimoni di questo Vangelo, cioè della buona notizia che è Cristo stesso, il nostro Salvatore».