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Francesco a Lampedusa nel luglio 2013, primo viaggio del suo pontificato
A un anno dalla morte di Bergoglio pubblichiamo la riflessione del gesuita padre Antonio Spadaro, già direttore de La Civiltà Cattolica, oggi Sottosegretario del Dicastero vaticano per la Cultura e l'Educazione, raccolta nello speciale Papa Francesco. La rivoluzione dell’amore
Parole. Silenzi. E gesti. Diventato papa Francesco, Jorge Mario Bergoglio non ci ha messo molto a mostrare al mondo cosa intendeva per diplomazia. Neppure quattro mesi dopo la fumata bianca, l’8 luglio 2013, a Lampedusa celebrò Messa su un altare fatto con il legno delle barche usate dai migranti per attraversare il Mediterraneo. Un messaggio chiarissimo. Né di destra né di sinistra. Semplicemente umano. Biblico, semmai. «Siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza», denunciò a gran voce. «Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro! “Adamo dove sei?”, “Dov’è tuo fratello?”, sono le due domande che Dio pone all’inizio della storia dell’umanità e che rivolge anche a tutti gli uomini del nostro tempo, anche a noi».
Nelle settimane successive, nell’intervista che gli feci per La Civiltà Cattolica, di cui allora ero direttore, parlò della Chiesa come «ospedale da campo dopo una battaglia». Non intendeva usare una bella immagine, retoricamente efficace. Quel che aveva davanti agli occhi era già uno scenario da «guerra mondiale a pezzi», che a partire dal 24 febbraio 2022, con l’invasione russa dell’Ucraina, ha assunto i tratti di una sfida all’ordine mondiale internazionale fino all’angosciante minaccia dell’atomica. Una situazione di conflitto diffuso, ribadita, se necessario, dal sanguinoso riacutizzarsi della crisi mediorientale, dal 7 ottobre 2023 in poi. Ma c’è un terzo momento che val la pena richiamare, sigillo della diplomazia secondo Bergoglio. Era il 7 settembre 2013. Il Santo Padre convocò donne e uomini in piazza San Pietro: una veglia per la pace in Siria e nel mondo intero, dalle 19 alle 23, quattro ore passate in parte zitto davanti al Santissimo. Oppure recitando il Rosario.
Insomma, la geopolitica di papa Francesco – che, non dimentichiamolo, ha voluto creare di sana pianta una nuova sezione della Segreteria di Stato, la terza, dedicata ai nunzi apostolici, cioè ai rappresentanti della Santa Sede nei Paesi con i quali essa intrattiene regolari rapporti – è stata una paziente tela fatta sì di relazioni tra poteri spesso contrastanti, negoziati e accordi, ma anche di fede, di preghiera, di misericordia, di umiltà, di reti popolari da ascoltare e incoraggiare, di messaggi affidati a immagini più potenti di tanti discorsi. La foto simbolo più eloquente è forse quella di lui in ginocchio, l’11 aprile 2019, a Casa Santa Marta, mentre bacia i piedi a Salva Kiir Mayardit, presidente della Repubblica del Sud Sudan, insanguinato lembo d’Africa, e ai vicepresidenti designati presenti, tra cui Riek Machar e Rebecca Nyandeng De Mabio.
Ci sono alcuni tratti fondamentali che val la pena tener presente per disegnare l’atlante di Bergoglio. Primo: si è sempre dichiaratamente presentato come una persona alla scuola di Gesù. Quando Francesco è intervenuto in prima persona nel dibattito della politica internazionale, lo ha fatto con forza e con modalità innovative che hanno generato stupore. Per qualcuno vero sconcerto. Ho avuto modo di porgli una domanda sui suoi progetti in ambito ecclesiale: «Lei vuole fare la riforma della Chiesa?», domandai. La sua risposta fu candida e diretta: «No». E proseguì: «Voglio solo mettere Cristo sempre più al centro della Chiesa. Poi sarà Lui a fare le riforme necessarie».
Anche nel contesto politico internazionale Francesco ha tentato di fare lo stesso: mettere Cristo al centro del mondo. Un’arte
diplomatica, la sua, affinata in ginocchio davanti al tabernacolo. Secondo: Jorge Mario Bergoglio è stato sicuramente un leader mondiale, ma aggiungerei l’unico leader morale di valore globale. Per lui il compito della Chiesa non era quello di adattarsi alle dinamiche del mondo per puntellarle, farle sopravvivere alla meno peggio. Né, d’altra parte, s’è mai schierato contro il mondo nel nome di un’apocalisse agognata. Il male, sapendo che non può essere estirpato qui, ora, ha cercato di neutralizzarlo in ogni modo.
Senza mai venire a patti con esso, beninteso, ma dialogando con tutti, soprattutto con i “cattivi”: Putin (4 luglio 2019), Erdogan
(5 febbraio 2018), il generale birmano Min Aung Hlaing (27 novembre 2017). Tutto ciò spiega le tante prese di posizione, spesso controcorrente, su temi scottanti di attualità (migrazioni, guerre, corsa agli armamenti, economia di rapina). Si pensi, inoltre, come sia stato sostanzialmente l’unica voce a interpretare l’angoscia di miliardi di persone durante il flagello del Covid. Quel suo lento incedere il 27 marzo 2020 in una piazza San Pietro deserta, battuta dalla pioggia, è diventato storia: «Da questo colonnato che abbraccia Roma e il mondo scenda su di voi, come un abbraccio consolante, la benedizione di Dio. Signore, dona salute ai corpi e conforto ai cuori. Ci chiedi di non avere paura. Ma la nostra fede è debole e siamo timorosi. Però Tu, Signore, non lasciarci in balia della tempesta. Ripeti ancora: “Non abbiate paura”».
E arriviamo così alla terza caratteristica: le crisi. Naufragio delle primavere arabe, Isis, Siria, Sudan, Myanmar, pandemia,
Russia-Ucraina, Medio Oriente, giusto per limitarci a qualche esempio: confrontarsi con le crisi è stato per lui pane quotidiano.
Francesco ha coltivato una visione evangelicamente dialettica della storia. Per lui il termine «crisi» non aveva una connotazione
necessariamente ed esclusivamente negativa. «La crisi investe tutti e tutto», disse il 21 dicembre 2020, «è presente ovunque e
in ogni periodo della storia, coinvolge le ideologie, la politica, l’economia, la tecnica, l’ecologia, la religione». Dunque, è un’esperienza umana fondamentale ed è «una tappa obbligata della storia personale e della storia sociale». Non la si può evitare, e i suoi effetti sono sempre «un senso di trepidazione, angoscia, squilibrio e incertezza nelle scelte da fare». Ma la crisi non cancella la speranza, anzi la contiene e la può sprigionare, se ci si muove oculatamente. Questi tratti costitutivi del suo pensare e del suo agire gettano luce e danno un senso armonico alla sua personale geopolitica. Indispensabile la difesa dei diritti; le libertà fondamentali, quelle di espressione e di culto, in primo luogo. E poi le tre “t” (tierra, techo y trabajo, “terra, casa e lavoro”) capaci di abbracciare i bisogni elementari di ogni creatura, in ogni dove. Bergoglio li ha sicuramente promossi nei tre incontri con i movimenti popolari svoltisi a Roma (27-29 ottobre 2014; 2-5 novembre 2016) e a Santa Cruz de la Sierra, in Bolivia (7-9 luglio 2015).
Costante è stata la ricerca di un modello di sviluppo sostenibile, ispirato dall’ecologia integrale, alternativo al capitalismo finanziario
speculativo che crea sempre maggiori diseguaglianze. Centrale, inoltre, è stato il rapporto tra fratellanza e democrazia.
Francesco ha continuamente parlato di amicizia sociale e di fraternità universale, senza confini. Ha spronato tutti a superare
la frattura tra singolo e comunità per pensare e generare un mondo ospitale. L’obiettivo perseguito sin dall’inizio del
pontificato è stato sintetizzato ai membri del corpo diplomatico accreditato presso la Santa Sede il 10 gennaio 2022 e ribadito il 9
gennaio 2023: «Il sistema multilaterale abbisogna di un ripensamento profondo per poter rispondere adeguatamente alle sfide del nostro tempo», disse quel giorno Francesco. «Ciò esige una riforma degli organi che ne consentono il funzionamento, affinché siano realmente rappresentativi delle necessità e delle sensibilità di tutti i popoli, evitando meccanismi che diano ad alcuni maggior peso a scapito di altri. Non si tratta dunque di costruire blocchi di alleanze, ma di creare opportunità perché tutti possano dialogare». Concetti già espressi prima e dopo: «Dare a ciascuno il suo, secondo la definizione classica di giustizia, significa che nessun individuo o gruppo umano si può considerare onnipotente, autorizzato a calpestare la dignità e i diritti delle altre persone singole o dei gruppi sociali», aveva messo nero su bianco nell’enciclica Fratelli tutti del 3 ottobre 2020. «Più che salvare il vecchio multilateralismo», specificò tempo dopo, nell’esortazione apostolica Laudate Deum del 2023, «sembra che oggi la sfida sia quella di riconfigurarlo e ricrearlo alla luce della nuova situazione globale. Vi invito a riconoscere che tante aggregazioni e organizzazioni della società civile aiutano a compensare le debolezze della Comunità internazionale, la sua mancanza di coordinamento in situazioni complesse, la sua carenza di attenzione rispetto a diritti umani... A medio termine, la globalizzazione favorisce gli scambi culturali spontanei, una maggiore conoscenza reciproca e modalità di integrazione dei popoli che porteranno a un multilateralismo “dal basso” e non semplicemente deciso dalle élite del potere. Le distanze che emergono dal basso in tutto il mondo, dove persone impegnate dei Paesi più diversi si aiutano e si accompagnano a vicenda, possono riuscire a fare pressione sui fattori di potere».
Questo respiro universale l’ha portato a promuovere un nuovo umanesimo in Europa, cui servono «memoria, coraggio, sana e umana utopia», come ebbe a dire più volte a partire dal discorso tenuto al Consiglio d’Europa, a Strasburgo, il 25 novembre 2014. L’ha spinto a dedicare particolare attenzione all’Amazzonia, luogo di forti contraddizioni ecologiche e politiche (il Sinodo speciale del 2019 per quell’area non è nato per caso e non è risultato vano). L’ha spronato a mettercela tutta per far avvicinare la Chiesa alla Cina (ma anche viceversa). Sigillo finale: l’impegno per far tacere le armi ovunque si sia combattuto negli ultimi anni. Un delicato esercizio sospeso tra pietas e potestas.
Il sacro non deve puntellare il potere, ha continuamente ripetuto. Il lucido quanto coraggioso dialogo con il mondo islamico lo ha portato a proclamare la necessità di far fronte comune contro ogni forma di terrorismo nel nome della religione. Storici i suoi abbracci con Ahmad al-Tayyib, Grande imam di al-Azahr, cuore pulsante del mondo sunnita, con cui il 4 febbraio 2019 ad Abu Dhabi ha firmato il Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune. Così come storica è stata la sua visita a Najaf, in Iraq, dove il 6 marzo 2021 s’è trattenuto a colloquio con il leader sciita Al-Sistani. «In fondo questo è lo scopo della diplomazia: aiutare a mettere da parte i dissapori della convivenza umana, favorire la concordia e sperimentare come, quando superiamo le sabbie mobili della conflittualità, possiamo riscoprire il senso dell’unità profonda della realtà». Le parole pronunciate dal Papa al corpo diplomatico il 10 gennaio 2022, oltre a offrire un’efficace sintesi della geopolitica di Francesco, rimangono attualissime.






