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«Colpisce che Leone XIV abbia scelto di vivere il primo anniversario della sua elezione a Napoli. Per noi non è un dettaglio. È un segno». Il cardinale Domenico Battaglia, che accoglie nella sua diocesi papa Leone subito dopo l’omaggio alla Madonna di Pompei, spiega che «questo Papa vuole stare dove la vita non si nasconde, dove le contraddizioni vengono a galla, dove la gente non ha tempo per le maschere. E quando qualcuno ti cerca per quello che sei, non per quello che mostri, succede sempre qualcosa. E te ne accorgi. Ricominci a crederci. A te, alla tua storia, al fatto che quella storia ha valore. E forse è proprio da qui che si ricomincia».
È passato un anno dall’elezione. Quali sono i ricordi personali?
«Durante il Conclave la Cappella Sistina ha un silenzio che non si dimentica. Un silenzio che pesa, che chiede, che prepara. Eravamo lì, noi cardinali, con tutto quello che ciascuno portava dentro: le chiese, le città, i volti della gente. Io avevo nel cuore Napoli, il Sud, quella parte dell’umanità che il mondo fa fatica a guardare e che pure continua, ostinatamente, a generare speranza. E poi è arrivato il momento. Ho visto i suoi occhi. C’era qualcosa di molto umano in quel volto: stupore, trepidazione, gratitudine. Si è affacciato alla loggia. E la prima parola che ha dato al mondo è stata pace. Una parola sola. Dentro quella parola c’era già un cammino. E una promessa».
Vi conoscevate da prima?
«Sì, ci conoscevamo già. Ci siamo incontrati nei lavori del Sinodo e poi più volte nel Dicastero per l’evangelizzazione. Occasioni diverse, ma sempre dentro un ascolto condiviso, dentro un cammino fatto insieme. Quello che mi ha colpito, fin da subito, è stato il suo amore per la Chiesa. Non per una parte, non per una sensibilità soltanto, ma per tutta la Chiesa. Una cura larga, che non esclude, che tiene insieme. E questo, col tempo, lo riconosci. Non semplicemente dalle parole, ma dal modo di stare, dal modo di guardare».
Qual è un primo bilancio dell’anno di pontificato?
«Un anno. E ciò che mi colpisce di più, guardando indietro, non è tanto quello che ha detto, ma quello che ha scelto di non fare. Non ha alzato la voce. Non ha cercato la ribalta. Ha lavorato nell’ombra, con una sobrietà paziente di chi sa che le cose vere non si annunciano ma si costruiscono giorno dopo giorno. C’è una frase che porta scritta nel cuore: sparire perché rimanga Cristo. Non si annuncia, chiede di prendere carne nella vita. Ed è forse la più difficile per chi siede sul soglio di Pietro».
Visti gli attacchi di Trump, cosa dà fastidio ai “grandi” del mondo del messaggio di papa Leone?
«Su Trump mi fermo. Dico solo questo: quando il Vangelo dà fastidio ai potenti, è perché sta toccando qualcosa di vero. Non cerca lo scontro, non alza la voce. Ma non si lascia usare, non diventa bandiera, non si piega. Resta libero. E una parola libera, quando arriva, non si impone. Si ferma, quasi in silenzio. Ma resta. Ti raggiunge, anche quando provi a metterla da parte. E alla fine, in un modo o nell’altro, ti chiede di prendere posizione. Sempre».
Abbiamo tutti nel cuore le immagini delle visite a Napoli di papa Francesco nel 2015 e nel 2019. Cosa è cambiato in questo tempo e cosa si aspetta Napoli da questa visita?
«Le immagini del 2015 non si dimenticano. Francesco a Scampia, a Poggioreale, tra i malati al Gesù Nuovo, con i giovani alla Rotonda Diaz. Una visita che non cercava le vetrine della città, ma le sue ferite. Poi il 2019: Napoli come laboratorio di una teologia nuova, una teologia che nasce dal Mediterraneo, da sempre crocevia di popoli, culture, religioni. Francesco disse che Napoli è un esempio e un cantiere speciale. Quella parola – cantiere – accompagna ancora oggi il cammino di questa nostra Chiesa. Perché dice qualcosa di aperto, di vivo, di non finito. Per noi, come diocesi, quel cantiere ha avuto un nome preciso: il XXXI Sinodo. Anni di ascolto, di discernimento, di cammino insieme. E non è finito. Gli Orientamenti pastorali nati da questo cammino sono ancora un lavoro in corso, una strada da percorrere. Leone XIV viene dentro questo cantiere, non per inaugurarlo ma per camminare con noi».
Questa volta quali sono i volti che Leone incontra?
«In cattedrale, i preti, i consacrati e le consacrate. Poi, in piazza, la città, i giovani. Sono momenti che abbiamo preparato con cura. Ma c’è qualcuno che non è su nessun programma, e che mi sta a cuore quanto gli altri. Penso a chi l’8 maggio si alza con una fatica dentro senza riuscire a darle un nome, e si ritrova in strada quasi senza accorgersene. A chi porta da tempo una domanda senza risposta e, in questo giorno, sente che forse vale la pena riprovarci. A chi custodisce una ferita antica e non sa ancora che, a volte, basta uno sguardo perché qualcosa cominci a guarire. Il Papa passa anche per loro. Per chi è ai margini, per chi si sente fuori, per chi pensa di non contare. E forse proprio lì accadrà qualcosa, perché Leone incontra chiunque ha il coraggio di farsi trovare».






