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Papa Leone XIV allo stadio di Malabo durante la Messa conclusiva del suo viaggio apostolico in Guinea Equatoriale
È lo stadio di Malabo, dove ci sono circa trentamila fedeli allegri e coloratissimi, l’ultima tappa del lungo viaggio apostolico in Africa di papa Leone che ha visitato, in dieci giorni, l’Algeria, il Camerun, l’Angola e, infine, la Guinea Equatoriale. Il Pontefice, nell’ultimo appuntamento del fitto programma di questi giorni, al termine della Messa ha rivolto un intenso saluto ai fedeli, lasciando emergere tutta la commozione per un’esperienza che, come lui stesso ha detto, porta nel cu
Il saluto del Papa e il ringraziamento alla Guinea Equatoriale
In spagnolo, la lingua che accompagna da sempre il cammino missionario di Robert Prevost, il Pontefice si è congedato dalla Guinea Equatoriale tra applausi, bandierine gialle e bianche e una folla visibilmente commossa. Il Papa ha ringraziato «l’Arcivescovo e gli altri Vescovi, i sacerdoti e tutti voi, popolo di Dio in cammino in questa terra che da 170 anni accoglie il buon seme del Vangelo», le autorità del Paese e quanti hanno contribuito «alla buona riuscita della mia visita».
Parole accolte da un lungo applauso, mentre lo sventolio delle bandiere colorava le tribune e il clima di festa si mescolava a quello della gratitudine.
Poco prima, durante la celebrazione eucaristica, il Pontefice aveva ricevuto i doni della terra africana: frutti, simboli di una ricchezza che non è solo materiale ma profondamente umana e spirituale. Un gesto che ha espresso, ancora una volta, la vitalità di un continente spesso segnato da difficoltà e ingiustizie, ma capace di offrire al mondo una testimonianza di fede viva e resistente.


Il “tesoro” del viaggio apostolico in Africa
Nel suo discorso finale, Papa Leone ha voluto consegnare una sintesi spirituale del suo viaggio, fatta di incontri, volti e storie che – ha sottolineato – rimangono scolpite nella memoria del suo ministero: «Parto dall’Africa con un tesoro inestimabile di fede, di speranza e di carità: un tesoro fatto di storie, di volti, di testimonianze gioiose e sofferte che arricchiscono grandemente la mia vita e il mio ministero di successore di Pietro».
Un’immagine forte, quella del “tesoro”, che diventa chiave di lettura dell’intero pellegrinaggio africano: non un semplice itinerario pastorale, ma un’esperienza di Chiesa vissuta nella concretezza delle persone incontrate.
Il ruolo dell’Africa nella Chiesa di oggi
Il Papa ha poi rivolto lo sguardo al futuro della Chiesa nel continente, sottolineando il ruolo centrale che è chiamato a svolgere nella vita del cristianesimo: «Come nei primi secoli della Chiesa, l’Africa è chiamata a dare oggi un apporto decisivo alla santità e al carattere missionario del popolo cristiano».
L’omelia e la figura dell’eunuco etiope
Sul grande palco dello stadio, dominato da un Crocifisso da cui si irradiano elementi lignei, il Papa, durante la celebrazione eucaristica, ha voluto richiamare la chiamata della Chiesa ad andare incontro al mondo, portando il Vangelo nella vita quotidiana dei popoli.
Durante l’omelia, Leone XIV ha proposto una lettura intensa della Scrittura a partire dall’incontro tra il diacono Filippo e l’eunuco etiope, figura che diventa simbolo dell’umanità in ricerca e spesso segnata da ferite interiori e sociali. In questo uomo, ha spiegato il Pontefice, si riflette il dramma di chi possiede ricchezze e competenze ma non è pienamente libero: «Quest’uomo ha intelligenza e cultura, e lo dimostra sia nel lavoro che nella preghiera, ma non è pienamente libero. Questo stato è dolorosamente impresso sul suo corpo: si tratta infatti di un eunuco. Non può generare vita: le sue energie sono tutte a servizio di un potere che lo controlla e lo domina».


La Parola che trasforma la vita
Ma è proprio l’incontro con la Parola viva che cambia la sua esistenza. Il Vangelo, ha sottolineato il Papa, non è un testo da osservare a distanza, ma una forza che entra nella storia personale e la trasforma dall’interno: «Le Scritture appena ascoltate ci interrogano, domandando a ciascuno di noi se e come sappiamo leggere le pagine bibliche che oggi condividiamo. Si tratta di un invito tanto serio quanto provvidenziale, perché ci prepara a leggere insieme il libro della storia, cioè le pagine della nostra vita, che Dio continua a ispirare con la sua sapienza». L’eunuco, ha ricordato Leone XIV, diventa così non più solo lettore ma protagonista della storia della salvezza, fino al Battesimo che lo introduce nella libertà dei figli di Dio: «Schiavo e senza discendenza, quest’uomo rinasce a vita nuova e libera nel nome del Signore Gesù: del suo riscatto parliamo ancora noi oggi, proprio mentre leggiamo le Scritture!».
La Chiesa come comunione nello Spirito
Da questa esperienza nasce la visione della Chiesa come spazio di comunione, in cui la Parola è custodita e vissuta insieme, mai in forma isolata: «Insieme», sottolinea, «leggiamo la Scrittura come bene comune della Chiesa, avendo per guida lo Spirito Santo, che ha ispirato a comporla, e la Tradizione apostolica, che l’ha custodita e diffusa su tutta la terra».
Il cuore del messaggio si concentra poi su Cristo, compimento delle Scritture e pienezza della rivelazione. È in Lui, ha ricordato il Papa, che Dio si rende vicino all’uomo fino a donarsi come pane di vita: «Nel Figlio, il Padre stesso mostra la sua gloria: Dio si fa vedere, sentire, toccare. Attraverso i gesti di Gesù, il Redentore, Egli dà pienezza a quel che da sempre fa: dare vita. Crea il mondo, lo salva, lo ama per sempre».


Da qui l’invito a una decisione di fede concreta, che interpella la libertà di ciascuno: «Mi fido che il suo amore è più forte della mia morte? Decidendo di credergli, ciascuno di noi sceglie tra una disperazione certa e una speranza che Dio rende possibile».
La missione della Chiesa nel mondo
Il Papa ha quindi ribadito che l’evangelizzazione non è teoria, ma vita concreta che si fa testimonianza: «Egli ci ama per primo, sempre: la sua parola è per noi Vangelo, e nulla abbiamo di meglio da annunciare nel mondo». E con una formula che sintetizza l’intera missione della Chiesa, ha concluso: «L’annuncio della salvezza si fa gesto, si fa servizio, si fa perdono: in una parola, si fa Chiesa!».








