Cari amici lettori, passo dopo passo, stiamo imparando a conoscere papa Leone XIV. Il suo lungo viaggio in Africa (che vi raccontiamo nel servizio a pag. 14) è iniziato lo scorso 13 aprile in Algeria, è proseguito in Camerun, ha fatto sosta in Angola e si è concluso in Guinea il 23 aprile. Al momento in cui scriviamo il Pontefice non ha ancora compiuto quest’ultima tappa, ma tutta la prima parte di questo pellegrinaggio apostolico nel continente africano ci ha regalato importanti tasselli per comprenderne lo stile e gli insegnamenti. A Yaoundé (Camerun) Robert Prevost ne ha riassunto così il senso: «Vengo tra voi come pastore e come servitore del dialogo, della fraternità e della pace».

«Promuovere la pace, la riconciliazione, il rispetto, la considerazione per tutti i popoli» sono stati, dunque, i fili conduttori del viaggio. E come ci si poteva aspettare, non è mancata la critica sociale e la denuncia delle ingiustizie che affliggono l’Africa. Il Papa americano non ha temuto di usare espressioni forti: ha denunciato che «il mondo è devastato da una manciata di tiranni», ha condannato i «signori della guerra che fingono di non vedere che occorrono miliardi di dollari per uccidere e devastare, ma non si trovano le risorse necessarie a guarire, educare, risollevare» e ha stigmatizzato «coloro che in nome del profitto continuano a mettere le mani sul continente africano per sfruttarlo e saccheggiarlo».

Riferendosi al tema della guerra contro l’Iran e ai ripetuti appelli di Leone alla pace, il 14 aprile il vicepresidente americano JD Vance aveva criticato il Papa invitandolo a occuparsi di «questioni morali». Ma il numero due della Casa Bianca, neofita del cattolicesimo, dimentica che «sempre e dovunque» la Chiesa ha diritto di «predicare la fede e insegnare la propria dottrina sociale, esercitare la propria missione e dare il proprio giudizio morale, anche su cose che riguardano l’ordine politico, quando ciò sia richiesto dai diritti fondamentali della persona e dalla salvezza delle anime» (Concilio Vaticano II).

Nei suoi discorsi, Leone ha sottolineato a più riprese che pace, fraternità e riconciliazione richiedono cristiani attivi e responsabili. Nell’incontro del 16 aprile a Bamenda, in un Paese dilaniato da profonde divisioni tra parte anglofona e parte francofona, ha ricordato che la beatitudine di Gesù è per gli «operatori di pace» e nella Messa del 15 aprile ha scandito che «la pace non può essere ridotta a slogan: va incarnata in uno stile, personale e istituzionale, che ripudi ogni forma di violenza». La pace, insomma, «è un dono di Dio» ma «è responsabilità di tutti». In questa opera, papa Prevost vede come alleate le risorse spirituali di cui l’Africa è ricca e le tradizioni religiose autentiche. È un appello alla responsabilità di tutti per una fede che non si adagia nel quietismo ma “inquieta” i cuori e motiva all’azione.

Le parole e i gesti di Leone in questo viaggio africano mi hanno ricordato una vecchia foto del giovane Prevost, fresco di ordinazione, mentre partecipa, in prima fila, alla manifestazione “Agostiniani per la pace” nel 1982 a Comiso in Sicilia, teatro di diversi cortei pacifisti contro l’installazione dei missili nucleari Pershing e Cruise americani. Fede e responsabilità in questo mondo vanno insieme: un insegnamento che vale a ogni latitudine.