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Sacerdote, quale abito? Talare, clergyman o vestiti civili?
L'abito fa il monaco? L'evoluzione del modo di vestirsi di un sacerdote riflette un equilibrio tra tradizione e modernità: ciò che conta è la sostanza della testimonianza cristiana. Leggi la lettera e la risposta di don Stefano Stimamiglio
Quando ero giovane, tutti i sacerdoti indossavano l’abito talare, poi si è passati al clergyman. Ora molti, in particolare diversi missionari e quelli che io chiamo sacerdoti di prima linea, indossano abiti civili, cosa che personalmente apprezzo.
Tanti anni fa ho servito Messa sul Monte Tabor a Padre Paoletti – all’epoca Custode generale del Sacro Convento di San Francesco in Assisi – che era in borghese, e non vi ho trovato niente di strano. Ma è proprio necessario vestire con un segno di riconoscimento?
Cesare Capitani – Roma
Caro Cesare, l’abito non fa il prete, ma può dire qualcosa della sua presenza. La Chiesa chiede normalmente ai sacerdoti un abito ecclesiastico decoroso e riconoscibile, secondo le norme delle Conferenze episcopali. Ma il segno esteriore non può diventare più importante della sostanza: ciò che davvero rende riconoscibile un sacerdote è il suo modo di vivere, di stare accanto alle persone, soprattutto agli ultimi, e di testimoniare il Vangelo. L’abito (o un segno di riconoscimento, come una crocetta o altro simbolo cristiano) è un segno. La vita rimane la testimonianza decisiva.







