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È risaputo che la scomparsa del cristianesimo nel Nord Africa e in Medio Oriente sia dovuta a fattori religiosi, politici e sociali. Tuttavia, nell’attuale Turchia, patria dei primi Concili ecumenici, di san Paolo e dove visse san Giovanni, con una popolazione media di 85 milioni di abitanti, i cristiani oggi rappresentano solo lo 0,2%; fino al 1453 erano oltre il 90%. Nella Siria, fino alla conquista islamica del VII secolo, i cristiani rappresentavano il 90%, ora sono al 10%. Nel Nord Africa, terra natia di sant’Agostino, san Cipriano e Tertulliano, la percentuale è inferiore all’1%.
In Europa la religione cristiana è in costante calo, mentre i cittadini di religione musulmana potrebbero raggiungere il 10% della popolazione nei prossimi anni. Non sono un cristiano impaurito, ma senz’altro perplesso. Non saprei definire se può essere una mia preoccupazione remota, o se potrebbe essere una possibile realtà.
Adolfo
Caro Adolfo, la storia ci mostra che la presenza cristiana può ridursi drasticamente anche nelle terre dove per secoli è stata maggioritaria. In Medio Oriente e Nord Africa hanno pesato conquiste, discriminazioni, persecuzioni, guerre, emigrazione e profondi mutamenti demografici e politici. Le percentuali che citi andrebbero valutate caso per caso, ma il fenomeno storico è evidente.
Anche l’Europa sta cambiando. La presenza musulmana cresce per immigrazione e dinamiche demografiche, mentre il cristianesimo perde praticanti e soprattutto fatica a trasmettere la fede alle nuove generazioni. Sarebbe ingenuo ritenere tutto questo irrilevante. Una società deve interrogarsi seriamente sull’integrazione, sulla reciprocità, sulla libertà religiosa e sulla condivisione dei principi fondamentali della convivenza democratica. E i cristiani hanno pieno diritto di custodire e manifestare pubblicamente la propria identità.
Eviterei però di immaginare il futuro come un inevitabile confronto tra cristianesimo e islam. Il problema più urgente per noi è interno: che cosa stiamo facendo della fede che abbiamo ricevuto? Sappiamo ancora parlare di Cristo ai nostri figli? Avremo comunità capaci di generare fede? Non possiamo chiedere agli altri di preservare un’identità cristiana alla quale noi stessi rinunciamo (o recuperiamo come mero segno identitario).
Il futuro non è già scritto. Per questo alla preoccupazione deve accompagnarsi la responsabilità: conoscere la propria fede, viverla, trasmetterla e testimoniarla senza complessi. Prima di domandarci quale religione avrà l’Europa di domani, chiediamoci quale cristianesimo siamo capaci di consegnarle oggi.




