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Nella festa della Sacra Famiglia la liturgia ci proponeva il brano di Efesini 5,22: «Voi, mogli, state sottomesse ai mariti, come conviene nel Signore». Molte di noi lo considerano un retaggio di una cultura superata. Non riusciamo nemmeno a proclamarla senza una forte reazione interiore. Le espressioni che rappresentano la donna in uno stato di soggezione all’uomo ci turbano sempre. Non così per gli operatori maschi che nella Chiesa, in generale, continuano a sentirsi e a stare in una situazione di superiorità nei confronti delle donne.
Un gruppo di catechiste
Care amiche, fate bene a vigilare perché a volte una certa cultura maschilista – che nella Chiesa si maschera dietro a forme di clericalismo – non uccida le relazioni di fraternità e sororità. Fate bene a protestare quando è necessario. Vi abilita a questo il vostro Battesimo e il ministero di insegnamento che la Chiesa stessa vi ha affidato.
Veniamo ora al vostro turbamento. Vi è innanzitutto da considerare che la Bibbia ha uno sfondo culturale legato al tempo in cui è stata redatta e che non possiamo ignorare. Mi riferisco in questo caso alla concezione patriarcale, tipica dell’epoca in cui vive san Paolo. Allo stesso tempo, però, dobbiamo essere coscienti che quella stessa Bibbia, se facciamo lo sforzo di interpretarne i passi per coglierne il messaggio per noi oggi, riesce a dirci cose sempre nuove.
Nel caso specifico a cui vi riferite rileva il concetto di “sottomissione”. Paolo usa questo stesso verbo (ὑποτάσσω) anche in 1Corinzi 15,28 in riferimento alla sottomissione di ogni cosa a Cristo e, come atto finale della storia, di Cristo stesso al Padre. Dunque, l’uso che ne fa in Efesini 5,22 (che nel testo originale greco è sottinteso e ripreso dal versetto precedente) non significa sottomissione nel senso (negativo) oggi corrente, ma piuttosto come ristabilimento di un ordine della creazione, che si realizza nel servizio e nell’amore. È la regola nuova che, nella reciprocità, deve presiedere ai rapporti tra marito e moglie. Quella reciprocità, da parte maschile, è attestata ai versetti 25ss, in cui il marito è invitato ad amare la moglie come Cristo ha fatto con la sua Sposa, la Chiesa. Dando, cioè, la sua vita per lei. Amandola come la sua stessa carne. In altre parole, sottomettendo tutto a lei.
Vorrei sottolineare proprio questo. Paolo pone un accento nuovo – anzi per quei tempi rivoluzionario! – sull’uomo-maschio, che nell’antichità era pater familias con potere di vita e di morte su tutto il nucleo familiare. È soprattutto questi, la parte “forte”, chiamato a convertirsi e ad amare la sua sposa fino a dare sé stesso per lei, piuttosto che ad esercitare prepotenza e superiorità. Per i rapporti sociali correnti nell’antichità non è cosa da poco!
Concludendo, Paolo introduce la regola della reciprocità nel discorso sui rapporti coniugali, all’epoca decisamente asimmetrici. Se capisco, quindi, la vostra difficoltà nell’accettare quel versetto e se auspico che, magari, un giorno verrà rivista la traduzione secondo la nostra sensibilità, vi invito però a riflettere sul senso profondo del discorso di Paolo. Che è rivoluzionario nel suo appellarsi alla necessità della conversione e che, se preso sul serio, mi sembra il migliore antidoto contro il maschilismo che, almeno in parte, ancora oggi sopravvive nella nostra amata Chiesa.





