Gentile don Stefano, le scrivo per porre un dubbio che porto nel cuore da qualche tempo. Desidererei conoscere il parere della Chiesa riguardo alla scelta di fare un tatuaggio. Non si tratta di un atto di ribellione o di esibizionismo il mio, né di far fare un disegno eccessivo. La mia intenzione è di imprimere sulla pelle un simbolo di profonda gratitudine verso il Signore.

Quello che vorrei realizzare è un’immagine stilizzata della mia famiglia, con accanto una piccola croce. Questo tatuaggio rappresenterebbe un ringraziamento eterno a Dio per il dono dei miei figli, arrivati dopo un lungo percorso di preghiera. Lo considero un segno visibile di una grazia ricevuta e del rispetto profondo che nutro verso il Creatore.

Sapendo che nell’Antico Testamento vi sono alcuni passaggi sul tema, le chiedo se, nella dottrina cattolica attuale, un tatuaggio con questa intenzione e con questi soggetti sia considerato un peccato o se possa essere vissuto serenamente come una testimonianza di fede e di amore familiare.

UNA LETTRICE

Il tatuaggio secondo la Chiesa cattolica

Cara amica, mi sembra che il tuo dubbio nasca non dal desiderio di seguire una moda o di esprimere una ribellione a Dio, ma da tutt’altro: dalla gratitudine. Un “grazie a Dio” per il dono della tua famiglia e dei figli tanto attesi.

La prima cosa da dire è che la Chiesa cattolica oggi non considera il tatuaggio un peccato in sé. Il Catechismo non contiene alcun divieto specifico. Piuttosto invita a guardare al significato del gesto, al rispetto del proprio corpo e alle intenzioni con cui lo si compie.

Del resto, il tatuaggio accompagna l’umanità da millenni. Nelle culture polinesiane era un segno di appartenenza al gruppo; presso alcuni popoli africani distingueva il passaggio all’età adulta; in altri contesti ancora aveva una funzione religiosa o protettiva; in epoche più recenti è diventato soprattutto un’espressione dell’identità personale.

Il tatuaggio ha assunto storicamente significati molto diversi: distinzione sociale, rito iniziatico, appartenenza religiosa, devozione e, oggi, spesso semplice scelta estetica.

Cosa dice la Bibbia sui tatuaggi?

Ma la Bibbia cosa dice? Contiene un passo specifico, spesso richiamato: «Non vi farete incisioni sul corpo... né vi farete tatuaggi. Io sono il Signore» (Levitico 19,28).

Ma quel comando va letto nel suo contesto storico. Israele era circondato da popoli che praticavano incisioni e tatuaggi come riti pagani o legati al culto dei morti. Il divieto serviva a preservare l’identità del popolo di Dio e a evitare pratiche idolatriche.

Non si trattava di una condanna di ogni segno inciso sulla pelle in qualunque tempo e circostanza.

Nel Nuovo Testamento, invece, l’accento si sposta sul valore della persona. San Paolo ricorda: «Non sapete che il vostro corpo è tempio dello Spirito Santo, che è in voi?» (1Corinzi 6,19).

È un richiamo che il Catechismo riprende quando afferma che «la vita e la salute fisica sono beni preziosi affidati da Dio. Dobbiamo averne ragionevolmente cura» (Catechismo 2288) e che la virtù della temperanza ci aiuta a evitare ogni eccesso (2290).

Il corpo, dunque, non è un oggetto qualsiasi: è un dono ricevuto dal Signore e merita rispetto.

Ecco allora il criterio fondamentale: non è tanto il tatuaggio in sé, quanto il suo contenuto e il motivo per cui viene fatto a diventare oggetto di discernimento.

Per non dimenticare Auschwitz

In occasione della Giornata della memoria Associazione Figli della Shoah, Fondazione Cdec e Havas Milano hanno creato il progetto "Forgetting Auschwitz, Remembering Auschwitz", un video ambientato in un “tattoo shop” in cui sono state invitate alcune persone con la scusa di girare un documentario sul mondo dei tatuaggi. Una volta entrate però, si sono trovate di fronte a qualcosa che non immaginavano. Il tatuatore infatti ha impostato sulla loro pelle la prova di un tatuaggio insolito: la cifra A5405, il numero assegnato a Nedo Fiano, uno degli ultimi ebrei sopravvissuti, come prigioniero ad Auschwitz. 
Le loro reazioni, riflessioni e la loro commozione davanti alla storia di Nedo, sono racchiusi nel video che si chiude con l’invito a mantenere viva la sua memoria, prendendosi carico in prima persona della sua testimonianza in un sito a lui dedicato: www.A5405.com Sul sito ci sono i video di centinaia di persone che interpretano e leggono i ricordi di Nedo in prima persona, come se li avessero vissuti sulla loro pelle e come se fossero i loro stessi ricordi: persone che hanno fatto propria la memoria di Nedo. Tra i “testimoni” anche una serie di volti noti, come Gad Lerner, Moni Ovadia, Ludovico Einaudi, Elda Ferri e Roberto Faenza che hanno deciso di aderire al progetto. 

Un’immagine che esalta la violenza, l’occultismo, l’idolatria, la bestemmia o il disprezzo della persona non può essere moralmente neutra. Diverso è il caso di un simbolo che richiama la fede, la famiglia, un’esperienza di grazia o una promessa vissuta davanti a Dio.

Tatuaggi religiosi e tradizione cristiana

A conferma di questo c’è da aggiungere che nella tradizione cristiana sono esistiti tatuaggi devozionali. Per secoli, molti pellegrini diretti a Gerusalemme o a Loreto si facevano tatuare una croce o altri simboli sacri come memoria del pellegrinaggio e segno della propria appartenenza a Cristo.

Il tatuaggio, dunque, non è sempre stato percepito come qualcosa di estraneo alla fede, ma talvolta come una forma di devozione.

Papa Francesco, parlando il 19 marzo 2018 dei giovani in un incontro con sacerdoti e seminaristi, li ha invitati a non scandalizzarsi davanti ai tatuaggi, ma piuttosto di farli diventare «un punto di partenza per comprendere la ricerca di identità, di appartenenza e di significato che molti di loro esprimono attraverso il proprio corpo».

Ricordò anche in quella occasione che in alcune Chiese orientali, come quella copta, il tatuaggio della croce è da secoli un segno di appartenenza cristiana.

Un tatuaggio come segno di gratitudine verso Dio

Venendo alla tua situazione concreta, il tatuaggio che descrivi – la tua famiglia accanto a una piccola croce – nasce da un sentimento di riconoscenza verso Dio.

Non vedo, nelle intenzioni che racconti, nulla di contrario alla fede. Ti suggerirei soltanto di chiederti se quel segno resterà davvero capace, negli anni, di ricordarti ogni giorno che tutto ciò che possiedi è grazia ricevuta.

Se sarà così, non sarà semplicemente un ornamento, ma un piccolo memoriale della misericordia di Dio.

Perché, in fondo, il tatuaggio più importante non è quello inciso sulla pelle, ma quello che il Signore desidera incidere nel cuore. È quell’impronta, veramente decisiva e alimentata ogni giorno dalla fede e dall’amore, che nessun tempo potrà mai cancellare.