Un insieme di gruppi diversi, accomunati dal fatto di essere schiavi e dall’ascendenza semitica: ecco cos’era all’inizio quello che sarebbe diventato il popolo eletto. Il suo atto di nascita fu la liberazione dalla schiavitù e l’uscita (= esodo) dall’Egitto. Per andare dove? La promessa parlava di una terra, dove poter vivere da persone libere. Niente di più preciso. E ricordava la comune storia di alcuni lontani antenati con i quali un Dio misterioso aveva fatto un patto. Appena furono sottratti al potere del Faraone, però, cominciarono a lamentarsi. Contenti di essere stati liberati, ben presto se ne pentirono. Con qualche ragione: il Faraone li rincorre per riprenderseli e davanti hanno il mare. La situazione sembrò senza via di scampo. Eppure, una via fu aperta e uscirono. Ma subito ricominciarono i lamenti. Non c’era acqua, non c’era cibo. Ragioni ce n’erano per il lamento, ma colpisce quanto presto sorse sulle loro bocche e quanto veemente e ripetuto fu. Cosa si nascondeva dietro quei rimpianti? Non erano forse felici di essere finalmente liberi? No, la libertà fece loro tanta paura. Avrebbero preferito la schiavitù; dura, e però sicura. Qualcuno decideva per loro e li manteneva. Che fatica, invece, essere liberi, decidere chi essere e come esserlo, assumersi responsabilità. Caddero più volte, tradirono l’Alleato divino loro liberatore. Che però – questa la meraviglia di quei ricordi – non si stancò mai, e rilanciò continuamente offrendo loro sempre di nuovo una possibilità di vita. L’epistola ricorda il dono che ricevemmo da Gesù: pur essendo meritevoli di morte, eccoci rinati, risorti, riammessi per misericordia alla comunione con il Dio che ci vuole vivi e liberi. È grazie alla sua bontà, non per merito nostro, che siamo stati salvati e continuamente siamo ricreati. La morte è qui immagine della schiavitù, di una situazione senza scampo, dalla quale siamo stati sottratti da un Altro, e da fuori. Senza alcun motivo che il suo buon cuore, il suo amore. Questo significa essere salvati “per grazia”, cioè gratis. E se l’amore è il movente divino di questa salvezza, non è spiegato dalla nostra amabilità bensì dalla sua misericordia. Lazzaro è morto e Gesù arrivando da fuori lo fa uscire dal sepolcro. È il sesto segno, un numero che attende di essere completato e portato a compimento dal settimo, la passione e risurrezione del Figlio. Come il primo segno, a Cana di Galilea, anche questo è propiziato da donne. Là era la madre a far presente che mancava il vino; qui sono le due sorelle del morto a rammaricarsi che Gesù non fosse stato presente. Interessante notare che non chiedono. Semplicemente espongono a Gesù una situazione “mortificante”. Del resto, chi più e meglio delle donne ne sa della vita, visto che da sempre sono esse a occuparsene? Il cuore di Gesù subito vibra davanti al male, e reagisce togliendolo e facendo di nuovo accadere il bene. Così l’intercessione fa breccia nel cuore di Dio, perché Egli è capace di compassione e non resiste alle lacrime di chi ha perso l’amato. Il Dio della vita ridà vita.
Domenica 22 marzo – V di Quaresima di Lazzaro
18 marzo 2026 • 23:00




