Il brano degli Atti che narra l’incontro tra Pietro e Cornelio ci fa respirare. Qui abbiamo letto l’epilogo, tuttavia è assai istruttivo riprendere a grandi linee l’intero racconto. Pietro esce per la prima volta, dopo la Pasqua di Gesù, da Gerusalemme. Ospite in casa di ebrei per evitare contaminazioni con pagani, sogna che una voce celeste gli ordina di mangiare animali impuri. Per tre volte rifiuta, appellandosi all’autorità della Scrittura e della tradizione.

Ma ecco che vengono a cercarlo dei pagani, incaricati di condurlo presso il loro padrone, un centurione romano. Alla domanda di Pietro, non sanno rispondere che cosa voglia Cornelio. Pietro li segue lo stesso. Arrivato sul posto e anticipato dalla cortesia del centurione che vuole evitargli di entrare in una casa impura, chiede di nuovo perché lo ha fatto venire. Arriva però l’illuminazione: sta a vedere che gli devo annunciare il Vangelo! L’espressione di Pietro è incantevole per umiltà e onestà: sto rendendomi conto che Dio è di tutti e il Vangelo, la buona notizia della pace (benessere, salvezza), è per tutti. Colpisce e consola questo riconoscimento: colpisce perché è assai tardivo; consola in quanto ci vediamo in Pietro e ammettiamo la potenza di certi schemi mentali, culturali, religiosi, uscire dai quali non è mai facile ed è sempre un trauma. Solo un evento e un incontro possono rompere la gabbia nella quale pensiamo di star bene perché ci protegge, mentre in realtà ci rende prigionieri e nega ad altri la condivisione di ciò vorremmo soltanto per noi.

Paolo ricorda ai Corinzi che l’annuncio del Vangelo non può avvenire in maniera corretta se il suo contenuto non si accorda alla forma, allo stile, della nostra testimonianza. I Corinzi hanno accolto la parola del Vangelo, ma facendo a gara per essere un gruppetto meglio di un altro dimostrano piuttosto di essere rimasti pagani nel cuore: la vicenda di Gesù, in particolare la sua Pasqua, non li ha convertiti; essi continuano ad essere quelli di sempre. Parlano le nuove parole cristiane, tuttavia vivono ancora la stessa storia, quella della ricerca di un qualche potere. Devono invece accettare che il Vangelo ribalti la prospettiva.

Chi cerca la forza secondo gli uomini, davanti alla croce di Gesù constata debolezza; chi ambisce alla sapienza secondo il mondo, nel dono che Gesù fa della sua vita vede stoltezza. Solo l’amore è realtà capace di apparire debole e stolto agli occhi del mondo, ed essere forza e sapienza agli occhi di Dio. Perché Dio è amore. Nel Vangelo, Gesù risorto appare ai suoi e dona loro lo Spirito. Senza quella potenza che rivela il cuore divino, non potranno superare le loro cecità, chiusure, ristrettezze di mente e di animo. Tre elementi spiccano. Il primo è la memoria delle parole di Gesù, capaci di illuminare le Scritture ebraiche. Il secondo è che siamo stati scelti per portare salvezza non distruzione, perdono non condanna: tutti possono, se vogliono, convertirsi. Il terzo è il dono dello Spirito, necessario ai primi due, e anche a fare della nostra esistenza una testimonianza del figlio Gesù.