Quello che agli occhi di Dio è onore e successo, agli occhi degli uomini spesso non appare tale perché non attira sguardi né offre il piacere della bellezza e dell’affermazione. Questa è la contraddizione con la quale si apre il quarto canto del Servo del Signore in Isaia e a partire dalla quale, non senza una profonda conversione, chi è stato testimone della vicenda si è ricreduto: nella situazione di questo “reietto” si è potuto scorgere la manifestazione del “braccio” (cioè della forza) di Dio, della salvezza del Signore. Come è stato possibile? Tentiamo di riassumere in due aspetti ciò che ha fatto scattare la sorpresa. Il primo consiste nell’essersi resi conto che il Servo si è lasciato fare fino a dare la vita non per impotenza, ma per amore. Era animato dalla solidarietà, anche con chi lo perseguitava, quando non reagiva e taceva per evitare parole di giudizio e di condanna. Così è rimasto lì, con noi, fino alla fine. Poteva andarsene e non l’ha fatto. Il secondo aspetto emerge quando il Signore riprende la parola per approvare l’operato del suo Servo. Tra le righe si deve leggere, a mio avviso, il riconoscimento che è il suo Servo perché si è comportato come da sempre tocca fare a Dio stesso: per starci vicino, Dio per primo subisce in silenzio il male che gli infliggiamo, dall’inizio e fino ad oggi. Il Servo ha assunto lo stile divino.
La lettera ci fa contemplare la croce di Gesù, sottolineando come essa venga dall’ostilità di noi peccatori e infligga disonore e vergogna. Che mistero: l’amore accende l’odio, suscita opposizione. Il disonore, poi, in una cultura come quella antica per la quale l’onore era il valore supremo, è inaccettabile: che vergogna finire così! L’autore ci invita a non distogliere lo sguardo, a insistere nel cercare, proprio lì dove sembra mancare (o essere negata), la piena rivelazione del Dio salvatore. Come per il Servo, così per il Figlio Gesù amare fino in fondo significa accettare aggressione e disonore. Hanno deciso di uccidere Gesù. In molti gli vanno dietro e si teme vengano compromessi i fragili equilibri che permettono ai capi di mantenere il loro potere. La decisione non dipende dal fatto che sono ebrei, come abbiamo pensato e detto empiamente per troppo tempo, ma che sono capi: non possono tollerare, romani o ebrei che siano, che l’autorità e l’ubbidienza nei loro confronti da parte del popolo vengano meno. Di Gesù irrita che abbia fatto rialzare la testa agli oppressi, e che da ultimo abbia liberato dalla paura della morte con la risurrezione di Lazzaro. Se le persone possono dichiarare e sostenere la propria dignità senza temere per la propria sorte, il potere – anche quello religioso – ha i giorni contati. Ma se uccidi chi ha reso possibile tutto questo, e con lui anche il segno della liberazione dalla morte (Lazzaro), allora forse non tutto è perduto perché la paura tornerà. In questa cupa cornice, l’evangelista incastona la perla di Betania. In essa risplende il Vangelo: che non è soltanto l’annuncio che Dio ci ama, nonostante il nostro odio, ma anche la rivelazione di quanto voglia essere amato da noi.



