Dal capitolo 32 al capitolo 34 del libro dell’Esodo ci viene raccontato un fatto increscioso: il popolo non ha ancora sancito l’alleanza che il suo Liberatore gli propone, e già risulta infedele facendosi un vitello d’oro. Sembrerebbe che l’alleanza – il più incredibile dei doni che Dio possa fare all’umanità – sia finita prima ancora di cominciare. Ma da parte di Dio l’alleanza non può finire, perciò rilancia. Nel testo che abbiamo letto ci sono le istruzioni per rifare le tavole infrante da Mosè, che ovviamente non sono più le prime, bensì le seconde. Qui emerge esplicitamente una dinamica che, per nostra salvezza, attraversa tutta la storia biblica e che rivela una disposizione permanente di Dio nei nostri confronti fino ad oggi (e domani). La chiamo “la seconda volta”, purché si intenda che dire “seconda” vuol dire anche terza, quarta, ecc. Si tratta dell’offerta, da parte di Dio e senza alcun merito nostro, anzi nonostante i nostri evidenti demeriti, di una sempre rinnovata possibilità. La leggiamo subito nella Genesi, quando la prima creazione sembra terminare sommersa dalle acque e invece rinasce grazie alla misericordia divina e a Noè. La ritroviamo dopo l’esilio babilonese, con la liberazione degli schiavi e la ricostruzione del secondo Tempio. Eccola di nuovo nei Vangeli, quando il Risorto incarica della missione proprio coloro che lo hanno tradito e abbandonato fissando per loro un nuovo appuntamento laddove tutto era iniziato: in Galilea.
Chi è stato rimesso in piedi per misericordia non può certo – o almeno non dovrebbe – fare il difficile con chi sbaglia. Anzi, come Abramo, sappiamo di essere mandati a portare la benedizione di Dio ovunque: non una volta soltanto; non solo a quelli che secondo noi se la meritano. Forse non è stato sempre così chiaro, ma nel cristianesimo dovrebbe essere ovvio il primato della gratuità del dono di Dio, e che la risposta da parte nostra non possa essere se non la gratitudine: gratuitamente abbiamo ricevuto, gratuitamente diamo. Solo un animo grato sa anche essere generoso, poiché si sente sempre un po’ in debito e mai in credito.
Per accogliere la parola di Dio che Gesù rivela occorre desiderare di conoscerla; per lasciare che Egli ci salvi bisogna sapere di averne bisogno. Se Gesù ci dice che non siamo liberi, bensì siamo schiavi da liberare, non dovremmo subito reagire indignati affermando che non siamo schiavi di nessuno. Ed ecco di nuovo Abramo, del quale coloro che Gesù vorrebbe rendere consapevoli e dunque liberi, si sentono figli. Ma da quando essere figli di un uomo di fede ci fa credenti? Gesù intende scardinare questa falsa certezza: siamo discendenza di Abramo, abbiamo la parola di Dio, dunque siamo a posto. Mentre Abramo nel racconto biblico rappresenta l’apertura alla novità di Dio, coloro che qui millantano di essere suoi figli si dimostrano campioni di chiusura. Il risultato è che più che figli di Dio, grazie a Gesù, si devono tristemente riscoprire figli di chi fomenta violenza ammantata di menzogne: il diavolo.



