Di Canzio Dusi, matematico informatico docente Università Cattolica del Sacro Cuore.

Fino a pochi anni fa, l’adagio «vedere per credere» rappresentava un baluardo del senso comune. Una fotografia, una registrazione audio o un video erano prove tangibili, finestre aperte sulla realtà. Oggi, quella finestra si è incrinata. Tra deepfake che mostrano leader mondiali pronunciare frasi mai dette, testi generati da intelligenze artificiali (IA) indistinguibili dalla prosa umana e influencer virtuali seguiti da milioni di persone, siamo entrati nell’era della realtà sintetica.

San Tommaso non è più paradigma di verità – se vedo credo.

In questo incessante rumore digitale, il concetto stesso di verità è sotto assedio. Ma la sfida non è solo tecnologica; è profondamente antropologica e morale. Come possiamo custodire la verità quando la menzogna può indossare un volto iper-realistico?

Il primo passo per navigare questa tempesta è comprendere la natura dello strumento che abbiamo tra le mani.

I Large Language Models e i generatori di immagini non sono progettati per cercare la “verità”. Sono macchine statistiche progettate per la plausibilità.

L’algoritmo calcola quale pixel o quale parola stia meglio accanto alla precedente in base a miliardi di dati analizzati. Il risultato è una simulazione tecnica perfetta: un contenuto che ha il sapore, l’aspetto e il suono della verità, ma che è privo di referenza con la realtà fattuale.

Qui risiede l’insidia: L’IA ci offre ciò che ci aspettiamo di vedere o leggere, confermando spesso i nostri pregiudizi (bias) e creando un ecosistema informativo dove distinguere il falso dal vero richiede uno sforzo cognitivo immane.

Se la macchina domina il campo della simulazione, dove ritrova spazio l’umano? Proprio nella distinzione tra calcolo e testimonianza.

La verità, nel senso più profondo e anche cristiano del termine, non è solo l’esattezza di un dato (adeguazione dell’intelletto alla cosa), ma è relazione. Nella tradizione biblica, la verità (emeth) ha a che fare con la stabilità, la fiducia, la roccia su cui poggia-

re i piedi.

Una macchina può elaborare dati corretti, ma non può essere un testimone. Il testimone è colui che “ci mette la faccia”, che impegna la propria libertà e la propria reputazione a garanzia di ciò che afferma. La verità come testimonianza richiede un soggetto morale che si assuma la responsabilità delle proprie parole.

Un algoritmo non ha coscienza, non prova rimorso se diffonde una falsità, non ha un “prossimo” da tutelare. L’essere umano sì.

In questo scenario, il comunicatore cristiano – o chiunque abbia a cuore l’etica della comunicazione – è chiamato a un compito radicale: diventare un custode della realtà.

1) Il discernimento come atto spirituale: non possiamo più consumare informazioni passivamente. Dobbiamo esercitare un discernimento critico, verificando le fonti e dubitando dell’emotività immediata che certi contenuti (spesso generati per indignare) suscitano in noi. La lentezza diventa una virtù contro la velocità dell’algoritmo.

2) Dalla connessione alla comunione: l’IA simula l’interazione, ma non crea comunione. I chatbot e gli avatar possono offrire compagnia simulata, ma la verità si custodisce nelle relazioni reali. Il comunicatore deve privilegiare l’incontro autentico, ricordando che la verità si serve, non si possiede.

3) L’etica della firma: in un mondo di contenuti anonimi o generati automaticamente, “firmare” il proprio lavoro, citare le fonti e ammettere i propri limiti diventa un atto rivoluzionario. Significa dire: «Dietro queste parole c’è una persona, non un calcolo probabilistico».

L’Intelligenza artificiale può aiutarci a curare malattie, abbattere barriere linguistiche e organizzare il sapere, ma non potrà mai sostituire il cuore pulsante della comunicazione umana.

Custodire la verità nel rumore digitale significa ricordare che la tecnologia può simulare la realtà, ma solo l’uomo può onorarla. In un’epoca di volti sintetici e voci clonate, la nostra risorsa più preziosa rimane paradossalmente quella più antica: la credibilità di una vita che si fa garante delle

proprie parole.

La verità, alla fine, non è un output generato da un server, ma un cammino da percorrere insieme.