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Sempre più Stati stanno iniziando a pensare ad un blocco dei social network per gli under 16
Il confine è tracciato: prima l'Australia, poi la Spagna. Il divieto di accesso ai social per gli under 16 non è più un'ipotesi, ma una scelta politica. Ma è davvero un atto di censura o l’ultimo scudo possibile per una generazione sotto assedio digitale? Ne abbiamo parlato con Ivano Zoppi, Segretario Generale di Fondazione Carolina, la Onlus che da anni combatte in prima linea per la salute digitale dei minori.


In Spagna hanno deciso: niente social fino ai 16 anni. Voi che girate le scuole d'Italia, come leggete questa mossa? È un’ammissione di colpa da parte di noi adulti?
«Direi che ti sei già dato la risposta. È proprio questo: l'ammissione che abbiamo fatto un "macello". Abbiamo creato un ambiente digitale dando regole che noi adulti per primi non abbiamo rispettato, e ora diciamo ai ragazzi di uscire perché è pericoloso. Come Fondazione guardiamo con favore a questa direzione di Australia e Spagna, perché significa che i governi si sono accorti del problema. Ma attenzione: è tardi. Abbiamo dato il "liberi tutti" a bimbi di 7-8 anni e ora poniamo veti. Il divieto serve alla politica, ma serve poco ai ragazzi se non è accompagnato da interventi strutturati e dalla domanda che nessuno vuole farsi: perché nonostante i tanti progetti di sensibilizzazione, la violenza digitale continua ad aumentare?».
A 14 anni si ha il diritto di sbagliare senza che l’errore resti scolpito nel web. Toglierli dai social non significa restituire loro il diritto di crescere "nell'ombra", protetti dai bulli e dalla viralità?
«Significa anche impedire loro di relazionarsi con le proprie modalità. Dobbiamo accompagnarli a ritrovare la gioia della relazione fisica, dell’abbraccio. Negli anni abbiamo dato ai ragazzi informazioni e competenze tecniche, ma non li abbiamo aiutati a crearsi una coscienza che faccia capire cosa è giusto e cosa è sbagliato. È questo che avrebbe fatto la differenza. Il divieto può restituire uno spazio di protezione, ma senza una coscienza rimangono comunque fragili».
Spesso pensiamo che i ragazzi siano dipendenti dai social, ma parlando con loro non si ha l'impressione che siano "prigionieri" di un meccanismo di approvazione logorante? Il divieto non potrebbe essere, paradossalmente, una liberazione dal dover apparire sempre perfetti?
«Assolutamente sì. Stiamo notando la nascita di un vissuto degli adolescenti che li sta portando fuori dai social spontaneamente, senza divieti. Si stanno "stancando" e "staccando". Anche in Italia stanno nascendo i primi Off Club: luoghi senza Wi-Fi ma pieni di connessione con se stessi e con gli altri. È quasi rivoluzionario: si guardano, giocano, si parlano. Sono convinto che nei prossimi anni questo movimento di "resistenza umana" crescerà molto più delle leggi».
La storia di Carolina ci insegna che il dolore più grande è l'isolamento mentre migliaia di persone guardano uno schermo. Impedire l'accesso ai più piccoli significa togliere un giocattolo o rimettere al centro il corpo e la voce, le uniche cose che fermano davvero un bullo?
«Togliere i social è solo una parte della soluzione. La vera sfida è promuovere interventi educativi mirati a gestire le emozioni. Non possiamo ricordarcene solo a febbraio per il Safer Internet Day o quando c'è un caso di cronaca. Serve una continuità educativa che coinvolga tutti: famiglia, scuola, società sportive. Dobbiamo educare al rispetto e alla gestione dei propri vissuti. E poi, diciamocelo: quando "banniamo" gli adulti? Siamo noi il peggior esempio: ci sentiamo legittimati a fare di tutto online e poi pretendiamo che i nostri figli siano impeccabili».


L’Australia ha fatto da apripista, ora la Spagna. Questo coraggio globale sta davvero cambiando la percezione che il web sia un Far West imbattibile?
«È un inizio, ma se pensiamo che il divieto sia la soluzione magica, sbagliamo. I ragazzi impiegano tre secondi ad aggirare i blocchi con una VPN. Inoltre, se banniamo le piattaforme note, loro si spostano su mondi sommersi ancora più pericolosi dove non sappiamo come vengono trattati i loro dati. A Copenaghen gli studenti me l'hanno detto chiaramente: "Noi siamo già altrove". Il rischio è che per proteggerli sulla carta, finiamo per renderli invisibili proprio quando avrebbero più bisogno del nostro sguardo».








