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Il dramma delle donne violate non ha confini e ha contorni simili in molti Paesi. Sicuramente quello che accade in Francia non è diverso da quello che accade in Italia: femminicidi a opera dei compagni, stupri, mutilazioni dei genitali, bambini insidiati…
Accogliere non basta, occorre riparare: un’identità, la stima di sé, la fiducia nel futuro, per tornare a sentirsi inetgre e degne di amore. Su questi presupposti, nel 2016 è nata in Francia la prima Maison des Femmes, un luogo non solo di accoglienza e cura, ma dove ogni donna può tornare a vivere una vita piena.
Sulla lotta della sua fondatrice e della sua équipe è stato tratto il film La Maison des femmes, nelle sale italiane dal 29 ottobre con il patrocinio di Amnesty International e il Sostegno dell' associazione Differenza Donna e di Kering Foundation.
Della storia vera e di ciò che rappresenta per le donne francesi ce ne parla Violette Perrotte, direttrice generale dell'associazione Maisons des Femmes Restart.
Come è nata l’idea di creare, a Saint-Denis, una struttura capace di accompagnare le donne vittime di violenza in ogni aspetto del loro percorso di ricostruzione?


«L’idea è nata dall’esperienza sul campo. La dottoressa Ghada Hatem, ginecologa e ostetrica presso l’ospedale di Saint-Denis, riceveva donne i cui corpi portavano i segni della violenza: domestica, sessuale, mutilazioni genitali femminili. Si è resa conto che si curava la ferita, senza mai prendersi cura della persona nella sua interezza. Una donna poteva essere indirizzata a dieci servizi diversi, raccontare dieci volte la propria storia e finire per rinunciare lungo il percorso. L’idea è stata quella di riunire tutto in un unico luogo, affinché fosse il percorso di assistenza ad adattarsi alla donna, e non il contrario. La Maison des Femmes ha aperto a Saint-Denis alla fine del 2016. Oggi, attraverso Restart, lavoriamo per diffondere questo modello in tutta la Francia.
Fin dalla sua creazione, che cosa distingueva la Maison des Femmes dalle altre strutture di accoglienza destinate alle donne vittime di violenza?
«Non è una struttura residenziale. È un luogo di cura e accompagnamento globale, aperto a tutte le donne in situazione di vulnerabilità, senza appuntamento, senza documenti giustificativi e senza che debbano «dimostrare» di essere vittime. È collegata all’ospedale, il che permette di intervenire immediatamente sul piano fisico: ginecologia, accesso all’interruzione volontaria di gravidanza e alla salute sessuale, chirurgia ricostruttiva. Successivamente, la stessa équipe accoglie la donna e la accompagna sul piano psicologico, sociale e giuridico.Il secondo elemento distintivo è l’accoglienza: uno spazio dedicato, caldo e accogliente, pensato affinché le donne si sentano attese. La dignità comincia da qui. Crediamo molto anche nella prevenzione. Per questo le nostre équipe si spostano sul territorio per promuovere l’educazione alla vita affettiva, relazionale e sessuale, insegnando fin da piccoli ai bambini a conoscere e rispettare il proprio corpo e sensibilizzandoli a concetti fondamentali come il consenso e il diritto di dire no».


Psicologi, educatori, ostetriche, medici… È davvero necessario coinvolgere così tanti professionisti e competenze diverse per aiutare una donna, ferita nel corpo e nella psiche, a ricostruire la propria vita?
«Sì, perché la violenza non colpisce mai una sola dimensione della persona. Una donna vittima di violenza domestica può avere bisogno contemporaneamente di un medico, di una psicologa, di un’avvocata, di un’assistente sociale e di un luogo sicuro in cui mettere al riparo i propri figli. Se una sola di queste porte rimane chiusa, l’intero fragile percorso di ricostruzione può crollare. È anche per questo che offriamo servizi di salute sessuale, dalla contraccezione all’interruzione volontaria di gravidanza, in un contesto sicuro e privo di giudizio. Difendiamo senza ambiguità il diritto delle donne a disporre del proprio corpo. Quando si è subita violenza, questo diritto costituisce la base di ogni ricostruzione. Il nostro ruolo è fornire a ogni donna gli strumenti per scegliere, non scegliere al suo posto».
Quanto è stato determinante il sostegno della Fondazione Kering per la creazione e lo sviluppo della Maison des Femmes?
«È stato decisivo fin dall’inizio. La Fondazione Kering ha creduto nel progetto prima ancora che potesse dimostrare la propria efficacia e ha permesso di finanziare ciò che i fondi pubblici non riuscivano a coprire: il tempo dedicato all’ascolto, l’accompagnamento attraverso i laboratori, l’apertura e l’allestimento della struttura. Questo sostegno continuativo ha reso possibile anche la diffusione del modello. Vorrei sottolineare quanto sia preziosa questa collaborazione: una fondazione che si impegna nel lungo periodo su un tema rimasto a lungo nell’ombra è una realtà rara, e le strutture hanno bisogno di stabilità».


Quali sono oggi le forme di violenza contro le donne più diffuse in Francia?
«La violenza domestica continua a essere un fenomeno di proporzioni enormi: ogni anno centinaia di migliaia di donne denunciano oppure vengono registrate dalle forze dell’ordine, ma sappiamo che la maggior parte delle vittime non denuncia mai. Seguono le violenze sessuali, spesso commesse durante l’infanzia da persone vicine alla vittima, e le violenze psicologiche ed economiche, più silenziose. Esistono anche violenze perpetrate in luoghi che consideriamo protettivi: la famiglia, la scuola, in particolare nei servizi extrascolastici, ma anche il luogo di lavoro e le istituzioni religiose. Lo ha evidenziato, nel 2021, il rapporto della CIASE sugli abusi nella Chiesa cattolica in Francia. Le violenze sessuali subite durante l’infanzia hanno conseguenze pesanti in età adulta, e lo constatiamo ogni giorno tra le nostre pazienti».
Nel corso degli anni, avete riscontrato un’evoluzione delle richieste di aiuto, sia per numero sia per tipologia delle situazioni affrontate?
«Sì, in modo evidente. Il numero delle richieste è aumentato notevolmente, anche grazie alla maggiore libertà di parola seguita a #MeToo: se ne parla di più e, di conseguenza, più persone chiedono aiuto. Le richieste riguardano inoltre persone sempre più giovani e situazioni più diversificate: violenze sessuali subite durante l’infanzia che riemergono in età adulta, cyberviolenza, violenze nelle relazioni sentimentali tra adolescenti. Questa constatazione ci ha spinti a immaginare un centro dedicato ai minori, agli adolescenti e ai giovani adulti dai 3 ai 25 anni vittime di violenza sessuale, perché i bisogni di questa fascia d’età non trovano ancora risposte sufficienti. Quanto più precoce è la presa in carico, tanto maggiori sono le possibilità di evitare che il trauma si radichi per tutta la vita».
Anche gli uomini si rivolgono a voi per chiedere aiuto a favore di donne della propria famiglia vittime di violenza?
«Sì, alcuni familiari, ma anche persone esterne alla famiglia, si accorgono che una donna a loro vicina sta male e non sanno come aiutarla. Sono alleati.
Li consigliamo e spieghiamo loro come sostenere la persona vittima di violenza e come proporle di rivolgersi a noi. Credo profondamente che la lotta contro la violenza riguardi tutti, uomini compresi».
Le mutilazioni genitali femminili rappresentano una delle forme di violenza più insidiose e devastanti. Alcune delle donne che avete assistito avevano subito queste mutilazioni nel Paese d’origine? Questa pratica persiste ancora in Francia, nonostante il divieto di legge?
«Sì, l’assistenza alle donne che hanno subito mutilazioni genitali fa parte delle missioni fondatrici della Maison des Femmes. Alcune hanno subito questa mutilazione da bambine, nel proprio Paese d’origine oppure durante un soggiorno presso la famiglia, prima di arrivare in Francia. Si stima che in Francia vivano oltre 120.000 donne sottoposte a mutilazioni genitali. L’escissione è vietata e severamente punita, ma il rischio rimane concreto per le minorenni nate in Francia, soprattutto in occasione di viaggi. Offriamo alle donne un accompagnamento completo: consulenze mediche, chirurgia ricostruttiva quando desiderata, sostegno psicologico e attività di prevenzione rivolte alle famiglie. L’obiettivo è anche restituire loro la possibilità di esprimersi e decidere rispetto al proprio corpo».
Alla luce della realtà italiana, il film sembra richiamare in modo sorprendente ciò che vivono le donne nel nostro Paese. La cultura alla base della violenza contro le donne è davvero trasversale, al di là dei confini e delle differenze tra Paesi?
«Sì. Le forme possono variare, ma il meccanismo è ovunque lo stesso: l’idea, radicata da secoli, che il corpo e la libertà di una donna possano essere controllati da qualcun altro. Ecco perché un film come La Maison des Femmes può avere una risonanza così forte tanto in Italia quanto in Francia.
La violenza attraversa tutti gli ambienti sociali, tutte le nazionalità, tutte le religioni e tutte le convinzioni. Nessun Paese, nessuna cultura e nessuna confessione può affermare: “Da noi questo non esiste”. Il primo passo è riconoscerlo.
Mantenete rapporti con strutture simili in Italia? Esistono scambi di esperienze, pratiche o buone prassi tra le vostre équipe?
«Ci confrontiamo regolarmente con équipe di altri Paesi, in particolare grazie alla rete dei Family Justice Center, perché ciascuno ha competenze ed esperienze da condividere. Questo scambio di pratiche è molto fecondo, sia per quanto riguarda l’accoglienza incondizionata sia per il coordinamento tra cure, giustizia e accompagnamento sociale. La Fondazione Kering sostiene, in particolare, le strutture EMMA Centri Antiviolenza e Specchio Magico, impegnate in attività a favore delle donne, e incoraggia fortemente la condivisione di conoscenze tra le organizzazioni europee».
A volte l’accompagnamento non basta a impedire tragedie irreparabili. Pensiamo, in particolare, alle donne, talvolta più mature, che tornano dal proprio aguzzino, coem si vede nel film. È una situazione che affrontate concretamente? Che cosa prova una professionista quando una donna che ha seguito torna da chi le fa del male?
«Sì, accade regolarmente, ed è parte del percorso. Spesso sono necessari diversi tentativi prima che una donna riesca a lasciare definitivamente un partner violento. Il controllo psicologico, la paura, la dipendenza economica, la presenza dei figli e talvolta l’amore rendono la separazione estremamente difficile. Non si tratta di un fallimento della donna, né del sostegno che le viene offerto. Ciò che proviamo è preoccupazione, talvolta tristezza, ed è importante riconoscerlo. Ma il nostro ruolo è lasciare la porta aperta, senza giudicare, affinché la donna sappia di poter tornare. Ogni volta che torna da noi, compie un ulteriore passo avanti, anche se questo non è immediatamente visibile. Lavoriamo anche su ciò che possiamo fare concretamente: piani per metterla in sicurezza, risorse disponibili e punti di riferimento».
Nell’ambito del suo impegno alla Maison des Femmes, potrebbe raccontarci una o più esperienze che l’hanno particolarmente segnata, sul piano umano o professionale?
«Un’esperienza che mi ha colpita in modo particolare è un laboratorio che, a prima vista, sembra non avere nulla a che fare con la cura: “Riparare l’intimità”. È stato ideato dall’artista Clémentine du Pontavice e dalla fotografa Louise Oligny, che lo conducono ogni settimana alla Maison des Femmes dal 2017. Le pazienti disegnano, scattano fotografie e realizzano gioielli. Nessuno chiede loro di raccontare ciò che hanno vissuto. Credo che questo laboratorio esprima qualcosa di essenziale del nostro lavoro. Una donna che ha subito violenza ha spesso perso il rapporto con il proprio corpo, con la propria immagine e con la capacità di creare qualcosa di bello. Prima di riuscire a parlare, a volte è necessario poter fare: tenere in mano una matita, scegliere un colore, guardarsi attraverso un obiettivo e sentirsi degna di essere guardata. Le due animatrici hanno tratto da questa esperienza un libro, Réparer l’intime, che dà voce a queste donne, accompagnando le loro testimonianze con lo sguardo della dottoressa Ghada Hatem, che aiuta a comprendere i meccanismi della violenza. Questa esperienza mi insegna che la ricostruzione non è soltanto medica o giuridica: passa attraverso la dignità, il ritrovamento del piacere e la possibilità di essere guardate in modo diverso.
Gli operatori sanitari, i giuristi e gli artisti hanno ciascuno il proprio ruolo in questo percorso. È anche per questo che la Maison des Femmes non assomiglia a nessun’altra struttura».













