L’ha uccisa soffocandola sul divano, ma Tania Terrin non solo aveva denunciato sette volte l’ex compagno, si era rivolta anche a un'associazione della sua zona, Riviera donna una realtà di mutuo aiuto in cui le donne si confidano, si incontrano e si sostengono. Mettendo in atto proprio quella rete di protezione indispensabile per salvarsi. Allora cosa non ha funzionato? Ne parliamo con la presidente, Chiara Boscaro.

Che rapporto aveva con voi Tania?
«Come associazione noi abbiamo una community su WhatsApp di oltre 800 donne, una rete di mutuo aiuto dove le donne fra di loro decidono di uscire, per prendersi un caffè, una pizza e quant'altro, ma nello stesso tempo anche con un ruolo un po' di “sentinella sociale”. Qui noi offriamo un appoggio, un supporto, una spalla su cui appoggiarsi nelle situazioni di eventuale disagio familiare».

Tra quelle donne c’era anche Tania?
«Quando ho visto la sua foto ho fatto subito una ricerca e ho trovato che era entrata dentro la community dell'associazione. Sono andata a vedere il profilo su WhatsApp, se per caso ci avesse contattato direttamente, ma purtroppo dopo 90 giorni i messaggi vengono cancellati, quindi molto probabilmente è entrata, è anche uscita con qualche donna, però non posso avere cognizione se avesse manifestato questo suo disagio».

A sinistra, Chiara Boscaro, presidente e fondatrice di Riviera donna con Gino Cecchettin, papà di Giulia

Cosa spinge le donne a rivolgersi a un’associazione come la vostra?
«Prima di denunciare hanno bisogno di essere rassicurate. Trovare delle situazioni simili, trovare l'amica della porta accanto che le ascolti, non che dica loro “denuncia” sennò spariscono. La denuncia, invece, è un atto che deve maturare. Devono maturare da sole la consapevolezza, anche ascoltando le altre, capendo che abbiamo il diritto di vivere in maniera dignitosa, anche attraverso l'esempio di chi ce l'ha fatta, di chi sta attraversando ilo stesso calvario. Perché, non nascondiamocelo: quando denunci inizia un lungo percorso dove vieni ascoltata, convocata diverse volte. Non è facile».

Una rete di donne “come te” può fare la differenza?
«Il fatto di sapere che quando hai iniziato questo percorso intorno hai una rete di donne che ti supporta, che non ti fa sentire sbagliata, che non ti fa sentire sola, è fondamentale».

Cos’altro frena le donne vittime di violenza nel denunciare?
«Il giudizio. Una donna teme fortemente il giudizio dei familiari, teme il giudizio di chi sta attorno e questa è una cosa davvero difficile da scardinare, soprattutto quando le donne hanno un alto livello di benessere economico».

Cosa non ha funzionato con Tania?
«Di storie ne ascolto tantissime e sono tutte uguali. La donna va a denunciare, si trova di fronte spesso, non sempre, forze dell'ordine che la ascoltano, ma la mandano a casa o cercano di minimizzare. Allora io ho elaborato tre punti su cui bisogna agire e non fermarsi più».

E quali sono?
«Il primo: aumentare il numero delle forze dell'ordine, perché ci sono nel territorio, ma forse sono troppo poche per seguire tutti questi casi quotidiani di denuncia».

Il secondo?
«Le forze dell'ordine devono riconoscere subito i primi segnali. Una donna che viene a denunciare, ma poi ritira la denuncia perché magari è vittima di una manipolazione o di una dipendenza psicologica. Gli agenti devono essere formati nell'accogliere, nell'ascoltare, nel non umiliare la donna perché poi sennò non ritorna più. Quando si sente minimizzata, umiliata».

Il terzo punto?
«È inutile nasconderci, gli strumenti ci sono. Il codice rosso rinnovato nel 2023, la legge Roccella, il braccialetto elettronico. Gli strumenti ci sono tutti, ma manca l'efficacia e soprattutto la rapidità. La tempestività».

Il ministro Nordio ha mandato gli ispettori.
«Vedremo cosa salterà fuori anche se mi sembra molto poco probabile che una denuncia possa essere ritirata, perché parte comunque l'iter. Tania, per altro, aveva contattato anche le ex del suo aggressore. Alla madre di sua figlia aveva spaccato i denti… Questo personaggio era stato seguito da un istituto psichiatrico. Insomma, ci sono tanti elementi per cui questa ragazza poteva assolutamente salvarsi».

Tra luglio e agosto sono state uccise otto donne. Una vera mattanza…
«Urge un lavoro di educazione a 360 gradi. Non possiamo permettere che ci sia un uomo violento in circolazione: quindi, iniziamo con l’educazione all'affettività fin dall'infanzia perché un uomo violento probabilmente avrà subito una forma di violenza, non sarà stato educato a gestire il rifiuto. Le istituzioni, dal canto loro, devono intervenire in maniera puntuale, seria e decisa. Alle donne, infine, dico: aguzzate la vista, le orecchie, alzatevi in piedi. Alle amiche, “fermatele”».