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Alice De André, 26 anni, durante la conferenza stampa di presentazione del programma televisivo “Gli occhi del musicista”.
Una città si conferma crocevia di innovazione e inclusione anche grazie a realtà come Scuola Futuro Lavoro, progetto della Fondazione Un Futuro per l’Asperger nato nel 2019 per offrire percorsi post-diploma altamente qualificati, soprattutto a giovani con disturbo dello spettro autistico ad alto funzionamento. In pochi anni la scuola è diventata un modello. Qui la didattica inclusiva si traduce in risultati concreti, dimostrando che, con strumenti adeguati, anche le fragilità possono trasformarsi in competenze.
In questo contesto si inserisce il laboratorio teatrale guidato da Alice De André. La ventiseienne, nipote di Fabrizio e figlia di Cristiano, è in tournée con il delizioso spettacolo Alice non canta De André, di cui è protagonista e regista, e dove sul filo di un’intelligente ironia racconta cosa significa portare un cognome così importante. Ma Alice sulle sue giovani spalle anche un’altra importante esperienza di regia con Take Me Aut. L’eroe che è in me, spettacolo nato proprio all’interno di Scuola Futuro Lavoro e andato in scena al Teatro Gerolamo di Milano il 19 ottobre del 2024.
Sul palco sono saliti dieci giovani attori con Asperger che, partendo da un lavoro sull’idea di eroismo e vulnerabilità, hanno dimostrato un cambiamento sorprendente: ragazzi che inizialmente faticavano a parlare oggi affrontano monologhi di diversi minuti davanti a centinaia di persone. Un percorso che racconta non solo crescita artistica, ma anche conquista di spazio, voce e consapevolezza.
Come regista ti sei occupata anche di questo progetto formativo. In che modo?
«Da alcuni anni tengo un laboratorio teatrale all’interno della Fondazione, a Scuola Futuro Lavoro. Quest’anno abbiamo addirittura due classi, quindi due percorsi da seguire. È un progetto a cui sono profondamente legata: lavoro con ragazzi straordinari che mi hanno insegnato tantissimo. Vederli affrontare con coraggio i propri limiti ti rimette con i piedi per terra. Hanno una forza enorme e molto da dire, anche se spesso la società non li ascolta. Il mio obiettivo è portarli su un palcoscenico e far capire loro che possono stare ovunque, e allo stesso tempo mostrare al pubblico nuove possibilità di inclusione».
Questa idea nasce da un’esperienza personale?
«Sì, dal rapporto con Roberto, per me un fratello essendo il figlio del compagno di mia madre, Massimo Montini. Siamo cresciuti insieme, ma da ragazzi non capivo certi suoi comportamenti e li interpretavo male. All’epoca si conosceva poco l’autismo e ci sono voluti anni per una diagnosi. Un giorno mi chiese: “Perché sono così?”. In quel momento ho capito che era consapevole e mi si è aperto un mondo».


Alice alla fine dello spettacolo Take me aut, andato in scena al Teatro Gerolamo nel 2024, con i ragazzi del suo laboratorio di teatro presso la Fondazione Un futuro per l'Asperger.
Perché proprio il teatro?
«Perché è quanto di più distante da quel mondo: richiede contatto, relazione, lavoro sulle emozioni. Proprio per questo ho pensato potesse essere una sorta di “terapia d’urto”. E funziona: il teatro diventa uno spazio in cui sperimentarsi, superare blocchi e trovare una voce».







