La Spezia, Frosinone, ma anche Latina, Milano, Napoli e Palermo. I giovani sembrano fuori controllo, almeno secondo quanto riportano i recenti casi di cronaca. Ma è davvero così? Pepita, cooperativa sociale tra le più attive sul panorama nazionale, ribalta il punto di vista di una crisi di valori attribuita quasi esclusivamente alle giovani generazioni. La nostra esperienza ventennale negli oratori, nelle scuole e nelle società sportive ci conferma un progressivo depauperamento della funzione educativa da parte degli adulti.

A seguito dello sconcertante omicidio dello studente a La Spezia da parte di un coetaneo, addetti ai lavori, esperti e commentatori si sono concentrati sulle misure proposte dalla politica per ovviare ad un’emergenza, ma in pochi si stanno interrogando sulle ragioni di questa degenerazione. La questione non va letta solo in termini sociali, ma andrebbe analizzata in ottica culturali. Una deriva che, invece, il mondo adulto raccoglie a valle, per comodità, miopia o indifferenza, quando invece deve essere affrontata a monte. Un percorso certamente più faticoso, ma di contro più efficace e propositivo di provvedimenti, misure e restrizioni pensate per tamponare, piuttosto che risolvere un malessere diffuso che noi adulti non abbiamo il coraggio di guardare in faccia. Se i metal detector nelle scuole possono contribuire a garantire legalità in contesti scolastici estremamente complessi, la riflessione da condividere non è tanto come impedire che uno studente porti in classe un coltello, quanto perché un ragazzo che si reca in una scuola senta il bisogno di infilare un arma nello zaino, accanto ai libri e all’astuccio. Comportamenti e abitudini in uso a molti, troppi studenti, che non possono essere spiegati soltanto da un bisogno di sicurezza o da una volontà criminale. La questione è molto più ampia, in cui si inserisce una ricerca di identità, autodeterminazione, affermazione che parte da lontano. I nostri giovani credono di aver bisogno di un coltello, di una sostanza, di un like, ma in gran parte dei casi si tratta di una percezione distorta, che nasce dall’assenza di un riferimento.

I genitori, l’attuale classe dirigente nel suo complesso, hanno abdicato alla loro funzione di presidio, ascolto e accompagnamento, per poi adottare la logica del controllo quando è troppo tardi. Che sia una scelta o una condizione di fragilità, dettata da una società accelerata, spaventata e ripiegata su se stessa, la genitorialità della noncuranza ha prodotto un cortocircuito tra adulti sempre più adolescenti e ragazzi che non sanno vivere il proprio tempo. Il tempo della scoperta, dell’apprendimento, della curiosità e della spensieratezza, dove anche la noia, la frustrazione o i piccoli fallimenti nel percorso di crescita dovrebbero rappresentare un’occasione di conoscenza, di sé e degli altri. Invochiamo tanto il concetto di resilienza, quando sentiamo costruendo un esercito di vetro, tasto esposto e fragile da fermarsi alle prime difficoltà. Ma ci siamo cosa rappresentiamo per loro? Come ci considerano i nostri figli? Pensiamo di sapere cosa vogliono, cosa desiderano, ma conosciamo davvero quello di cui hanno realmente bisogno?

Un momento del rito Cristiano copto per Youssef Abanoub, ucciso dal suo compagno Zouhair Atif, nella classe dell'istituto superiore Einaudi Chiodo. Le esequie sono celebrate in italiano e egiziano nel rito cristiano copto, nella Cattedrale di Cristo Re. La Spezia, 22 gennaio 2026. ANSA/LUCA ZENNARO
Un momento del rito Cristiano copto per Youssef Abanoub, ucciso dal suo compagno Zouhair Atif, nella classe dell'istituto superiore Einaudi Chiodo. Le esequie sono celebrate in italiano e egiziano nel rito cristiano copto, nella Cattedrale di Cristo Re. La Spezia, 22 gennaio 2026. ANSA/LUCA ZENNARO
Un momento del rito copto per Youssef Abanoub, ucciso dal suo compagno Zouhair Atif, nella classe dell'istituto superiore Einaudi Chiodo. Le esequie sono celebrate in italiano e egiziano nel rito cristiano copto, nella Cattedrale di Cristo Re. La Spezia, 22 gennaio 2026. ANSA/LUCA ZENNARO (ANSA)

In attesa che nasca una scuola per genitori, dobbiamo e possiamo immaginare nuove strade, nuovi percorsi per entrare in relazione con i nostri ragazzi. La risposta, per quanto riguarda Pepita, sta nell’educazione. Una parola ormai desueta, maltrattata e citata più nei contorni di una mancanza che di una risorsa. Da qui nasce la proposta di Pepita per una nuova Connessione Educativa, dove l’educatore professionale non di limita al svolgere il suo compito all’interno di una singola struttura - oratorio, scuola, centro culturale o sportivo - ma costruisce una rete di servizi e di presidi integrati facendo squadra con tutti gli attori territoriali. Siamo convinti che questo modello, già sperimentato all’interno dei un quartiere di Milano, possa rappresentare un riferimento non solo per le istituzioni locali, ma anche per le famiglie. Genitori che possono e devono tornare a guidare i propri figli, mentre oggi sono costretti a inseguire, a rincorrere una posizione che, più che imposto, va riconosciuta.