Il tempo cura le ferite, si dice, come se l’aumentare dello spazio tra il trauma e la vittima possa alleviarne il dolore.

Ma a Lampedusa il tempo non è passato mai. Tredici anni dopo il 3 ottobre 2013 le urla di dolore sono ancora le stesse: immense e lancinanti. Come se quei 368 corpi fossero annegati oggi.

Ci sono dolori che il tempo non può curare e spesso quei dolori sono conseguenze di ingiustizie, come una morte in mare che si poteva evitare.

Stamane il mare era calmo, di un limpido quasi irreale. Alla Porta D’Europa lo sguardo di Khasay Mehari, 73 anni, eritreo, si perde al di là delle onde. Tiene stretti nella mano destra i fiori aspettando il momento giusto per lanciarli in acqua. Indica con l’altra mano l’orizzonte, cercando di individuare il punto esatto in cui tredici anni fa la figlia Selina venne risucchiata giù dall’acqua.

«Per 13 anni non ho mai creduto che mia figlia fosse morta; non avendo visto il corpo né una sepoltura, pensavo che, essendo piccola, fosse sopravvissuta e fosse stata presa per essere cresciuta da qualche italiano», racconta l’uomo tenendo tra le dita la croce che ha al collo.

«Ho iniziato ad accettare la realtà vivendo in Olanda (dove risiedo da sei anni) attraverso le notizie sui social network e, successivamente, quando ho avuto la conferma che il suo corpo era tra quelli che furono ritrovati, tramite il test del DNA. Ma solo gettando i fiori in mare ho finalmente realizzato l’assenza di Selina, e restituito dignità alla sua morte».

Selina era fuggita a 13 anni da un matrimonio che non voleva, senza avvisare nessuno. L'uomo ha lasciato l'Eritrea per raggiungere legalmente in Olanda un'altra figlia più piccola, partita anch'essa poco dopo la sorella. «Chiedo solo una soluzione duratura affinché il mare smetta di prendere vite e altre persone non muoiano come mia figlia», commenta.

Ma in 13 anni il mare non ha mai smesso di uccidere: dal 2014, anno in cui l'Oim (Organizzazione Internazionale delle Migrazioni) ha iniziato una raccolta dati sistematica proprio in seguito alla tragedia di Lampedusa, sono quasi 27.000 le vittime documentate nel Mediterraneo Centrale. È come se un naufragio delle stesse proporzioni di quello del 3 ottobre 2013 si fosse ripetuto ogni due mesi, per tredici anni consecutivi. Questa rotta continua a rappresentare una delle traversate più pericolose a livello globale, concentrando circa il 75% di tutti i decessi documentati nel Mediterraneo negli ultimi dodici anni.

Quel che resta dell’ultima tragedia consumatasi in queste acque, d’altronde, è ancora qui a Lampedusa: il cadavere di un bimbo di nove anni, quello di un uomo adulto e 28 sopravvissuti.

«Erano circa le 4 del mattino quando li abbiamo trovati. Cinque persone ci hanno detto che a bordo avevano anche due cadaveri e che altri si erano rifugiati sulla piattaforma», racconta Stefano, capitano di Aurora, la nave di Ricerca e Soccorso che lo scorso 29 settembre ha effettuato il salvataggio, «quindi abbiamo portato a bordo le cinque persone e poi recuperato i corpi delle due persone morte che si trovavano sulla barca. Un signore di 46 anni e un bambino di 9 anni. Poi ci siamo diretti alla piattaforma a recuperare le persone che avevano trovato rifugio lì. I sopravvissuti ci hanno detto che mancavano delle persone. Alcune erano state viste andare giù e affogare nel tentativo di salire sulla piattaforma, altre erano disperse. Non sappiamo quante fossero in tutto, immaginiamo sei, sette persone disperse».

E disperso ancora oggi è Solomon, da tredici anni inghiottito dal mare e mai restituito alla superficie. La sorella Salam viene qui a Lampedusa ogni anno, perché «lo tradirei se non venissi più», dice.

«Lo ricordo salutarmi da lontano, era il fratello a cui ero più legata, aveva solo 19 anni. Quando è partito io ero incinta. Poco dopo avermi salutata da lontano è tornato indietro e mi ha detto: “Stai attenta al bambino”. Non l’ho più visto». Dopo la morte del fratello, la donna ha affrontato la stessa rotta mortale con due dei suoi figli, per raggiungere l’Europa. «Non so neanche io perché l’ho fatto, forse cercavo un modo di morire», continua.

Quando viene a sapere della morte del fratello, infatti, Salam prende per mano i figli e scappa dal Sudan dove viveva, viene rapita in Chad dai trafficanti, riesce a fuggire e arriva in Libia. Dalla Libia attraversa il Mediterraneo, dove è ancora intrappolato il corpo di Solomon. Arriva in Sicilia, scappa al nord Italia, attraversa il confine fino alla Germania dove mette al mondo un altro figlio; con i tre bambini scappa nuovamente su un treno fino ad arrivare in Francia. Lì affronta il canale della manica fino a raggiungere l’Inghilterra dove vive ancora oggi.

«Il mare è il male, è peggio di tutto. Nel deserto se ti sparano e muori il tuo corpo resta lì, ti trovano o ti lasciano nella sabbia, invece il mare fa paura perché ti risucchia e scompari, ti prende e ti sconfigge», conclude la donna tra le lacrime, le stesse che da tredici anni le bagnano il viso.

Amenay, 53 anni, che oggi vive in Olanda, nel deserto ha perso il fratello, ucciso dai trafficanti egiziani mentre dall’altra parte del Mediterraneo il 3 ottobre 2013 il fratello minore Derar, moriva annegato. «Al momento del naufragio io mi trovavo in Israele, dove lavoravo in un albergo. Non avevo documenti regolari e non sono mai potuto uscire dal paese per cercare i corpi dei miei fratelli, per salutarli, per dargli una degna sepoltura». Oggi è venuto a Lampedusa per la prima volta, per salutare il fratello Derar che non sa ancora dove è stato sepolto.

Come lui anche Musgun tredici anni fa ha perso il fratello, che all'epoca della tragedia aveva 24 anni. Quando è venuto a conoscenza della morte del fratello, anche Musgun si trovava in Israele, dove lavorava nell’edilizia. Non ha potuto recarsi in Italia negli anni passati perché sprovvisto di documenti regolari; se avesse lasciato Israele non gli avrebbero più permesso di rientrarvi. «Il mare», dice, «fa più paura del deserto: nel deserto si può essere uccisi ma il corpo viene ritrovato, mentre il mare inghiotte le persone e le fa sparire nel nulla». Anche lui ancora oggi, nonostante gli esami del Dna, non sa con certezza dove sia sepolto il corpo del fratello e spera di ottenere presto una risposta.

«Tornare qui mi fa venire le vertigini nel vedere il mare così vicino alla terraferma. Se potessi, fermerei chiunque voglia intraprendere questo viaggio», commenta Mikael che in questo mare tredici anni fa ha perso il figlio di 14 anni.

Eppure, fermare chi parte è impossibile quando partire è l'unica scelta possibile; soccorrere resta quindi l’unica via per evitare che la tragedia del tre ottobre continui a consumarsi ogni giorno, senza tempo.