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Raccoglitrici di erbe, badesse, levatrici, ostetriche, infermiere, cristallografe, ricercatrici: le donne, dall’antichità fino a oggi, si sono prese cura dell’umanità, scrivendo la storia, combattendo febbri, virus e batteri di ogni tipo. Parla di loro il libro-inchiesta Medicina femminile plurale - Il sapere delle donne nella storia (Bollati Boringhieri editore) di Daniela Minerva, giornalista e saggista, direttrice responsabile della piattaforma Salute, online e in edicola con la Repubblica e La Stampa.
Da angeli del focolare ad angeli in corsia, le donne hanno sempre curato, e continuano a farlo, pagando spesso un prezzo troppo alto. «Le donne ci sono, ci sono sempre state, a curare. Occupandosi dei figli, degli anziani, della famiglia. E anche oggi, al di là della grandissima presenza di dottoresse negli ospedali, nelle nostre case chi cura sono le donne», dice Daniela Minerva. Una qualità innata, si direbbe d’istinto, dettata da una natura accudente tipicamente femminile. «Niente affatto, non c’è nulla di innato. È un tratto radicato nella biologia – le donne generano i figli, gestiscono la gravidanza e ne mantengono in vita il frutto – e nella storia, sin dalla preistoria direi. Diventato poi bagaglio culturale dell’intelligenza femminile».


Medicina femminile plurale. Il sapere delle donne nella storia (Bollati Boringhieri)
Quindi l’equazione non è “accudiamo perché siamo donne” bensì “siamo donne perciò accudiamo”. Uno stereotipo a cui il popolo femminile si è adeguato, ma che con il tempo ha finito per trasformarsi in un boomerang, ghettizzando le donne e considerandole idonee per stare accanto al letto del malato, ma non per trovare soluzioni terapeutiche ed entrare nella stanza dei bottoni della scienza. In quella stanza, infatti, ci stavano – e ancora oggi, tranne rare eccezioni, ci stanno – gli uomini.
Dal tempo di Ippocrate (IV secolo a.C.) a quando, dopo millenni, nascono le università, i luoghi dove si costruisce il sapere sono mondi senza donne. E non è giusto, se pensiamo che l’invenzione della sanità pubblica in Occidente la si deve proprio a una donna, Fabiola. Vedova di alto rango, apparteneva a una cerchia di aristocratiche romane devote a San Girolamo: nel 390 d.C. la santa riesce a trasferire la cura dei malati all’esterno delle case. «Ogni volta che entriamo in ospedale dovremmo ringraziare Fabiola», prosegue la saggista. «Ma se leggiamo con attenzione la storia della medicina, ci accorgiamo che le eredità femminili sono così tante da poterci far dire che la medicina contemporanea, in tutte le sue declinazioni, dall’industria alla sanità alla scienza, ha dentro di sé un’enorme quantità di intelligenza femminile».


Daniela Minerva, autrice di Medicina femminile plurale. Il sapere delle donne nella storia
La storia della scienza dunque non l’hanno fatta le singole menti eccelse di cui tutti hanno memoria (da Marie Curie a Rita Levi Montalcini), ma le donne nella loro quotidianità, tra le mura domestiche prima e quelle dei laboratori poi. Un’impresa corale, un sapere di genere, che ha cambiato il mondo in silenzio.
E oggi dove sono le donne di scienza, cosa fanno? Fanno tanto, fanno tutto, come al solito: studiano, danno gli esami, fanno ricerca, partecipano a concorsi, portano i figli a scuola, li curano se sono a casa con la febbre, accompagnano i bambini a pallavolo, poi magari la sera di nuovo sui libri. Siamo nel XXI secolo e quello delle donne “che devono faticare cento, mille volte più degli uomini per dimostrare di essere credibili” non è solo un vecchio adagio, ma ancora una realtà.
La percentuale di dottoresse nei reparti ospedalieri è cresciuta in modo esponenziale negli ultimi anni, rendendo alcune specializzazioni – come l’oncologia, per esempio – a prevalenza femminile. Ma se guardiamo alla classe dirigente della sanità, sono davvero poche le donne sul ponte di comando, sia negli ospedali sia nelle case farmaceutiche. «Se non liberiamo le donne dal peso della gestione della famiglia, rendendo tali compiti condivisi, non ne verremo mai fuori. Dovranno sempre rinunciare a interi pezzi della propria vita», precisa Minerva. E lo sapeva bene Katalin Karikó, la scienziata ungherese che nel 2023 vinse il Premio Nobel per la scoperta del vaccino a mRna contro il Covid-19. «Durante un’intervista», racconta la giornalista, «mi disse che quando conobbe il suo fidanzato – attuale marito – le piacque subito molto, ma alla fine della serata decise che non dovevano più vedersi. Voleva fare la scienziata, non poteva permettersi di innamorarsi, magari sposarsi e metter su famiglia». In quel caso il ragazzo non si arrese e la relazione funzionò alla grande. Ma non tutte le ricercatrici sono fortunate come Katalin.


La biochimica ungherese Katalin Kariko riceve il premio Nobel per la fisiologia o la medicina 2023 dal re Carl Gustaf di Svezia.
(EPA)«È un tema sociale e politico molto forte», conclude l’autrice. «Vogliamo che le donne raggiungano livelli apicali, ma non perché siamo rivendicative, bensì perché sono convinta che solo così avremo una medicina più equa, più capace di trovare soluzioni per tutti».






